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Il Natale inglese di Carol Ann Duffy

di Andrea Galgano 8 dicembre 2018

leggi in pdf IL NATALE INGLESE DI CAROL ANN DUFFY

Da quando Carol Ann Duffy, una delle più grandi poetesse scozzesi, Poeta Laureata del  Regno Unito dal 2009 e direttrice artistica della scuola di scrittura alla Manchester Metropolitan University, dona, ogni anno, ai suoi lettori sul «The Guardian» un Canto di Natale, pochi giorni prima del 25 dicembre, la pubblicazione prenatalizia, curata dall’editore Picador e finemente illustrata, è diventata uno squarcio improvviso annuale e un’immersione in una rievocazione di simboli, riti, canti, tradizioni che destinano il gesto poetico in un’attrattiva feconda.

Grazie all’editore fiorentino Le Lettere, alla cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, con le illustrazioni di Simone Pagliai, è possibile leggere una selezione di testi in italiano, nell’antologia Un natale inglese. Poesie scelte[1], in cui i canti natalizi «sono l’occasione per Carol Ann Duffy di dimostrare una volta di più il suo straordinario talento verbale e la sua poetica che mescola sentimenti quotidiani e ricercatezza stilistica, fine gusto intertestuale e impegno civile, recupero folcloristico delle tradizioni britanniche unito a uno spiccato senso del “comune sentire”[2]».

Il Cuoco del Re sta preparando un sontuoso pasticcio di Natale «in cui la Cigna, / già sposa del fiume, / per una mezza eternità, / con sei Cignetti a circondarla, / stava scottata, spennata, disossata, sbollentata / salta, pepata, zenzerata, oliata; / e ospitava l’Airone / la cui grigia ombra lei aveva attraversato / mentre faceva da testimone, / solenne come un Prete, / sulla riva del fiume».

La materia di Carol Ann Duffy tocca l’enorme farcitura ad incastro metamorfico del pasticcio. Il messaggio testuale esplora la simbologia medievale, attraverso una cena di gigantesche proporzioni. Come se l’inserzione del cibo farcisca l’immagine del simbolo: «Il Pasticcio di Natale / per il buon Re Venceslao, / era speziato di Salvia, Rosmarino, Timo; / e un Pettirosso vivo trillava da un buco della crosta».

La sontuosità ricolma del banchetto, l’idillio della luce in un quadro fiabesco apre il tempo del dono. La poetessa crea divergenze, mostra aggettivazioni piene, per unire i piani della realtà in un’unica affermazione:

«La Neve mulinava alla finestra; / e fonda, fresca, uniforme, / copriva i prati / dove una coppia di volpi s’acciambellava nella tana / mentre la Luna s’incupiva / al cipiglio fiero, d’oro e altero di un Gufo. / Pure là, / dove il ruscello gelato / inchiodato alla terra, / c’era una preghiera / che aleggiava come alito umano, / come lo spettro delle parole, / in un bosco scuro, / ansiosa di essere qualcosa di inteso. / Ma il Cielo non era che vecchia luce / e la brina era crudele / dove un uomo povero e curvo / andava a raccogliere legna».

Il Re, volgendo fuori lo sguardo dal suo trono di legno, vede il Povero e lo invita ad entrare e a mangiare con lui questo pasticcio così abbondante. Attraverso la dinamica dei piani, la poesia unisce due condizioni per farsi comunione e incontro: la personificazione del reale è un andito di accesso, una sproporzione e una prova d’incanto.

Si racconta poi il compleanno natalizio di Dorothy Wordsworth, sorella di William, «figura empatica e bizzarra, ritratta dall’autrice con i toni teneri e affettuosi della sorellanza letteraria, sullo sfondo di un nostalgico e innevato Lake District[3]». Qui, l’immaginale di Carol Ann Duffy perfeziona il sentimento per penetrare il linguaggio, condensarlo e colmare distanze. Attraverso il quadro, crea un passaggio di tempo in una luce sicura e graduale. Le figure sono posizionate come punti accesi e concisi (suo fratello William che scrive, le formazioni rocciose, la vecchietta al piano, il leone, l’agnello, il tripudio delle campane di St Oswald, così vicino all’umore esatto del cuore), la scena diviene l’istante in cui la realtà afferma il suo volto, esprime il mondo e le sue scalfite cromature, i suoi passaggi di temporalità eroica e la quotidianità della tavola.

La poesia natalizia di Duffy non conosce l’occasione, diventa il pretesto o il rito di passaggio delle cose, persino oscuro (ma, allo stesso tempo, vitale e unico), ma che possa essere traccia di umano, metafora di immagine e passo pieno: «un sole color mandarino / minia l’ora / in un manoscritto; / così i doni di Dorothy / sono i profili d’oro delle colline, / sono gli alberi decorati; / Coleridge su una roccia, / s’accende la pipa, fumo votivo / s’innalza nell’aria… / Niente di più bello da mostrare – / estatico, dunque, lo sguardo di lei / che tutto include».

Si noti come lo sguardo di chi vive, tanto simile a chi scrive, sia una sorta di inclusione lucente, un’incisione impregnata che pronuncia un non-tempo e un non-luogo, che è «solo il passo dell’Inverno, / e neve sui capelli di Dorothy / e sulla sua lingua calda».

Il poemetto Mrs Scrooge riscrive in versi il Canto di Natale di Charles Dickens:

«Non è avara Mrs Scrooge, piuttosto è parsimoniosa, contraria a sprechi di qualsiasi tipo. Ha a cuore l’ambiente e il benessere degli animali. In pochi versi, con straordinaria efficacia verbale, in una di quelle liste di cui è maestra, l’autrice mette a confronto l’eccesso consumistico degli avventori natalizi con i loro carrelli straripanti di cibo, con la cena modesta della protagonista che sorseggia la sua zuppa davanti a un debole fuoco. Vive sola ora Mrs Scrooge, con il suo gatto, e ricorda con nostalgia la vita passata con il marito. La notte di Natale anche lei riceve la visita dei tre Spiriti: lo Spirito dei Natali passati, del Natale presente, del Natale a venire. Ed è quest’ultima visita a farle capire quanto la amino e apprezzino nipoti e amici tutti, che la mattina di Natale, al rintocco delle campane di St Paul, invadono la sua casa dove si terrà, in un tripudio di gioia, il più festoso dei brindisi».[4]

L’epifania di Mrs Scrooge è una vicina comparsa di immagini, dove Duffy unisce le trame interiori e la loro narrazione alle dinamiche dell’esterno. Fa freddo e gli avventori ritornano con le loro borse piene e pesanti dal supermercato. La satira festiva offre uno sfondo per far emergere il messaggio della storia. Le terribili condizioni dei tacchini da Marley’s e i clienti, la neve che diminuisce accompagnano l’ingresso al suo piccolo appartamento, riscaldato da un caminetto e una bottiglia di acqua calda, con il ricordo vivo di Scrooge e di quell’unica caramella che lui «le aveva regalato quell’anno, e ogni anno», e le luci di Natale  che «danzavano come un fiume verso un mare di oscurità».

Sogna così Scrooge, i natali passati quelli passati e quelli a venire, «che parvero imprigionarla in una boccia con tempesta di neve», i baci e la scossa violenta del mondo. I fantasmi che le appaiono sono memento di gioia, istanti e scherzi sospesi come il tempo che scompare nella città e nella brina, e respiro di risvegli.

Sono riscritture, tempi di fiaba e sogno, orizzonti lontani e vicini che ridestano gli occhi alle lacrime come gesti di amore singolare. La scrittura che viene visitata dal Natale si concentra in una rifinitura onirica e suscita ricongiungimenti di anima con la freschezza profonda delle cose e le dettature del proprio io, fino a raggiungere la vivacità delle relazioni.

In La tregua di Natale, il cessate il fuoco del Natale del 1914, durante la prima guerra mondiale, unisce, sul fronte occidentale, truppe tedesche, britanniche e francesi, quando la luna «come una medaglia, pendeva nel cielo terso e freddo», un ragazzo di Stroud «fissò una stella / per incontrarvi lo sguardo della madre» e la canzone di un pettirosso, fino al silenzio che scende e «come una mano toccò ogni singolo uomo».

La trincea racchiude l’umanità e la sua peculiare attitudine nel fango indurito nel gelo. Sono uomini annegati, gassificati, annichiliti, colpiti e sopravvissuti, vicini per il sonno. Si accendono le fiammelle tremolanti dei canti che danzano negli occhi come un ponte improvviso, seguiti da doni e scambi di cibo, alcol e sigarette alla luce del giorno, fino a trasformare un campo di battaglia in un campo di calcio, come una foto di amore e dolore nella Terra di Nessuno indurita: «Gli ho mostrato una foto di mia moglie. / Ich zeigte ihm / ein Foto meiner Frau. / Sie sei schön, sagte er. / Quanto è bella, ha detto lui».

Le stelle sono timide e tremule come voci lontane, la luna è infilzata nel cielo, nello sbadiglio della Storia si ode solo il sibilo e il crepitio delle armi[5]: «i proiettili lucidi, alti / che ciascun uomo da allora diresse soltanto al cielo».

Ciò che si racconta, invece, in Wren Boys, si basa sulla vecchia tradizione contadina irlandese, nel giorno di Santo Stefano, della “caccia allo scricciolo”, conosciuta con il nome gaelico di La An Droilin, durante il solstizio d’inverno, dove i giovani del villaggio, con visi sporchi e armati di bastoni, si inoltravano nei boschi all’alba per cercare, tra i cespugli, la tana dello scricciolo, e il primo che riusciva a trovarlo diveniva re per un giorno, come racconta James Frazer:

«Uno scrittore del secolo XVIII dice che in Irlanda lo scricciolo viene ancora acchiappato e ucciso dai contadini il giorno di Natale e quello successivo (il giorno di Santo Stefano); e viene portato in processione attaccato ad una zampetta […] e in ogni villaggio si fa una processione di uomini, donne e bambini che cantano una ballata irlandese in cui si dice che questo è il re di tutti gli uccelli. Fino ai nostri giorni (l’inizio del secolo XX) la caccia dello scricciolo si fa ancor in alcune parte del Leinster e del Connaught».[6]

Dietro la curva nella fievole luce violetta, la poesia di Duffy insegue questo manto di fiaba, tradizione popolare e mito, narrando una sequenza di neve calma in una travestita fertilità.

Nell’ultimo poemetto, prima del sonetto La vigilia di Natale, dedicato alla figlia Ella, in cui il Tempo diviene neve lenta che filtra la notte («una sorta d’amore dalla luna velata», quando la «tua piccola città cedeva, impassibile, / al dominio dell’Inverno»), dove si narra dell’ultimo creativo natale di Pablo Picasso in Provenza, in un «interessante cortocircuito tra realtà e rappresentazione, tra effimero quotidiano e permanente artistico[7]».

Accompagnato dal suo cane sotto i cipressi, quando una dolce luna invernale arrossiva e l’aroma di rosmarino «impreziosiva l’aria fredda e lui sentì il cuore / allargarsi nella joie de vivre / che aveva reso la sua arte il gemello esuberante del mondo». I lampioni di Mougins mormoravano e uno sbaffo di luna.

L’esplosione cromatica abita la pagina, inseguendo la linea e la schiera di ogni timbro, mentre attorno lo svolgersi della materia vivente si muove in modo proporzionale. Il disegno di Picasso è un santuario di vertigine e pedinamento (il crepuscolo pastello, il Minotauro e gli olivi che scolpivano i loro spettri argentei, i bicchieri del caffè e la barista, la colomba della pace sul muro color miele, le ostriche di Matisse, le maniche bianche, gli avventori), che precorre una lunga processione di bellezza feroce e luce finale: «Fuori al caffè, / dipinse i piatti – li consacrò con gufi, / tori, ragazzi, ragazze, soli spagnoli. / E il coro cittadino prese a cantare presso l’albero giulivo lodando / la sua pura alchimia».

[1] Duffy C.A., Un natale inglese. Poesie scelte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere, Firenze 2018.

[2] Sensi G. – Sirotti A., Introduzione, in Duffy C. A., Un natale inglese. Poesie scelte, cit., p.7.

[3]Id., cit., pp. 6-7.

[4] Id., cit., pp.5-6.

[5] Warren J., Poetry review: Carol Ann Duffy’s The Christmas Truce, 27 december 2011. (https://www.wsws.org/en/articles/2011/12/truc-d27.html).

[6] Frazer J., Il ramo d’oro. Storia del pensiero primitivo: magia e religione, 3, in Le conquiste del pensiero, traduzione di Lauro de Bosis, Alberto Stock Editore, Roma 1925, p.828.

[7] Sensi G. – Sirotti A., cit., p.7.

Duffy C.A., Un natale inglese. Poesie scelte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere, Firenze 2018, pp. 109, Euro 14.

Duffy C.A., Un natale inglese. Poesie scelte, a cura di Giorgia Sensi e Andrea Sirotti, illustrazioni di Simone Pagliai, Le Lettere, Firenze 2018.

Frazer J., Il ramo d’oro. Storia del pensiero primitivo: magia e religione, 3, in Le conquiste del pensiero, traduzione di Lauro de Bosis, Alberto Stock Editore, Roma 1925.

Warren J., Poetry review: Carol Ann Duffy’s The Christmas Truce, 27 december 2011. (https://www.wsws.org/en/articles/2011/12/truc-d27.html).

Anthony Hecht: il taglio e la luce

di Andrea Galgano 5 novembre 2018

leggi in pdf ANTHONY HECHT. IL TAGLIO E LA LUCE

Nell’articolo scritto da Harvey Shapiro sul New York Times, il 22 ottobre 2004, pochi giorni dopo la morte del grande poeta statunitense, Anthony Hecht (nato a New York nel 1923, da genitori ebrei tedeschi e vissuto da docente universitario a Washington fino al 2004), la cui compiutezza formalista lega l’indocile raffinatezza e soavità al trauma, alla preghiera, al bruciore della cronaca, si fa riferimento a un’intervista del poeta, dopo aver ricevuto nel 1997, il Tanning Prize (uno dei suoi innumerevoli premi, assieme il al Bollingen Prize, al Ruth Lilly Prize, al Librex-Guggenheim Eugenio Montale Award e al Wallace Stevens Award, nonché primo vincitore del Prix de Rome, dall’American Accademy a Roma), in cui egli afferma: «Formalista, ironico Oh sì: c’è una certa quantità di oscurità in molte mie poesie, a volte si tratta di aspetti terribili dell’esistenza[1]».

Gli aspetti terribili (e ultimi) dell’esistenza, dunque, si rintracciano nella prima antologia italiana di Hecht, Le ore dure[2] (The Hard Hours, premio Pulitzer, 1967), edita da Donzelli, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, con l’introduzione di Joseph Harrison, toccando ciò che J.D. McClatchy ha chiamato «arte responsabile che risponde alla storia, alle sue tragedie politiche e domestiche e ai suoi problemi persistenti […] e la sua stessa abilità, che plasma il suo materiale, proietta in una luce ancora più forte e patetica l’isolamento e l’impotenza della condizione umana, che divengono l’oggetto della sua poesia[3]».

Soldato durante la Seconda Guerra Mondiale, dopo aver completato l’ultimo anno di studi al Bard College di New York, in cui maturò la passione per la poesia attraverso la lettura di Stevens, Auden, Eliot e Dylan Thomas, partecipò alla liberazione  del Campo di concentramento Flossenbürg, con il compito di interrogare i prigionieri francesi[4]. Le scene durissime del campo (vide, ad esempio, un gruppo di madri tedesche e bambini piccoli falciati dalle mitragliatrici americane mentre cercavano di arrendersi), i racconti dei prigionieri che destarono incubi per anni fecero «slittare dentro di lui una faglia della coscienza», aprendo

«a una tormentosa doppiezza della vista, che si dispose ad accogliere il perenne sospetto di una verità a più dimensioni. Ne venne probabilmente quella tipica contiguità col disastro, quella porosità del reale e presenza nascosta dell’inquietante che percorre tutta l’opera di Hecht, capace di esprimere il fondo brutale che spunta dietro le apparenze, come di un numero elevato a potenza che inglobi la propria radice quadrata».[5]

Dopo la guerra, grazie alla legge G.I. Bill, studiò al Kenyon College con John Crowe Ransom, entrando in contatto con Lowell, Randall Jarrell, Elizabeth Bishop e Allen Tate. Joseph Harrison, infatti, scrive:

 

«Anthony Hecht è stato uno degli esponenti più autorevoli della straordinaria generazione di poeti statunitensi nati negli anni venti del secolo scorso. Questa generazione è cresciuta e maturata in un’epoca difficilissima: bambini e adolescenti durante la Grande depressione e giovani durante la seconda guerra mondiale – nella quale molti di loro sono stati chiamati alle armi vivendo e testimoniando, ancora negli anni formativi, la povertà estrema e, in alcuni casi, atrocità impensabili. Questi giovani sono maturati in fretta: sono stati costretti a maturare. […] Anche nella folta schiera dei suoi talentuosi contemporanei, Anthony Hecht si è sempre distinto per diverse ragioni. […]Ha sempre avuto, fin dall’inizio, un orecchio sopraffino perle sfumature musicali del verso inglese; persino le sue primissime poesie dimostrano una spontanea padronanza delle complessità del metro e della rima, e pochi poeti americani lo hanno eguagliato nella costruzione di intricate forme strofiche. Godeva anche di una qualità complementare ma parimenti rara: l’occhio preciso del pittore sul mondo che lo circonda, così che nelle sue poesie – sia quelle brevi che le più lunghe – spesso sono incastonati passaggi descrittivi di un’accuratezza mimetica strabiliante. Il suo vocabolario era immenso, e lo spettro della sua dizione molto ampio: anche un lettore esperto ed erudito dovrà ricorrere al dizionario quando legge Hecht, ma insieme ai termini di derivazione latina e a quelli iper specifici del linguaggio tecnico si trovano, impiegati in modo impeccabile, le frasi e le inflessioni del discorso quotidiano. Era anche naturalmente portato all’uso di strutture sintattiche elaborate, quasi labirintiche, ma sapeva scrivere semplici periodi dichiarativi di grande forza retorica. Possedeva, in abbondanza, quella che Aristotele identifica come la più importante qualità che un poeta possa avere (perché, diversamente dalla dizione o dall’abilità metrica, non può essere imparata, essendo dipendente da doti innate): il potere di creare metafore, di scoprire somiglianze in oggetti dissimili».[6]

Ma se di materia inquietante, ossia immersa nella inquietudine e nella ultimità, si tratta, la sua flessibilità si sposa con il rigore e la dizione erudita, con la vis tragica, con la oscurata limpidità che sfiora il destino, immergendovi la memoria, il limite, la morte e la cronaca della disumanità. Ma è anche il poeta della visione della luce e della sua discissione che è materia immaginativa, integrità chiara e intensa concentrazione prospettica. La poesia iniziale, Una collina, si apre con un riferimento all’Italia e a Dante. Attraverso lo sguardo e il lacerto mnesico, Hecht compie un à rebours oscuro e negativo che mette in luce l’incisione del dettaglio nella scena, la sua perturbazione e la sua rivelazione:

In Italia, dove cose così sanno accadere, / una volta ho avuto una visione – ma, capirete, / in nulla come quelle di Dante, o dei santi, / forse per niente una visione. Con amici / procedevo adagio in una piazza calda di sole, / di primo mattino. Una radiosa tarsia d’ombre dagli ombrelloni si spargeva sul selciato, faceva / lucenti bassifondi dove una flottiglia / di carri era ormeggiata. Libri, monete, mappe / antiche, paesaggi da due soldi, orribili stampe / religiose erano in vendita. I colori, i rumori, / come le mani in volo, erano gesti di giubilo, / così che anche le contrattazioni / giungevano all’orecchio come volubile religiosità. / Poi, quando accadde, i rumori caddero improvvisi, / si fece scuro; svanirono carretti e gente / e perfino l’imponente Palazzo Farnese / era scomparso, con tutti i suoi marmi; al suo posto / una collina color topo e brulla. Faceva assai freddo, / quasi gelava, e prometteva neve. / Gli alberi erano ferrivecchi affastellati / contro un muro d’officina. Niente vento, / e il solo suono per un po’ fu lo scrocchiare fino / del ghiaccio rotto nel fango dal mio passo. / Vidi una striscia di tela impigliata a una siepe, / non altro segno di vita. E poi udii / come lo schiocco di una schioppettata. Un cacciatore, / pensai; almeno non sono solo. Ma subito / seguì il soffice schianto cartaceo / di un grosso ramo che crollava a terra non visto. / Fu tutto, se non per il gelo e il silenzio / che promettevano di durare in eterno, come la collina. / Poi riaffiorarono i prezzi, le dita, venni restituito / al sole e agli amici. Ma per più d’una settimana / restai sconvolto dalla nuda asprezza di ciò che avevo visto. / Accadde circa dieci anni fa, / e da allora non mi ha più turbato, ma infine, oggi, / ho ricordato quella collina; sorge appena a sinistra / della strada a nord di Poughkeepsie; da ragazzo / vi trascorsi ore e ore lì davanti, d’inverno».

Joseph Harrison commenta:

«La poesia ruota attorno al contrasto tra la scena iniziale posta in Campo de’Fiori, pieno di colori e rumori, e la «visione» che la interrompe – che ci capirà poi essere un ricordo profondo dell’infanzia – con una scena desolata di una collina «color topo e brulla», a «nord di Poughkeepsie», una località nello stato di New York. Si tratta della più non-visionaria visione che si possa immaginare, e che esplicita l’assunto grazie al quale Hecht capovolge ironicamente il concetto di ciò che è «poetico»: dove ci si aspetterebbe trascendenza si trova l’opposto, la consapevolezza dell’ineluttabile desolazione e tenebrosità che si trova al cuore di ogni cosa».[7]

Il senso di gravitas, già apparso in nuce nelle sagome radunate e artificiose di A Summoning of Stones (Un raduno di pietre) nel 1954, qui raggiunge l’acme del dilemma, specie nella lotta tra memoria volontaria e involontaria, nell’agone indefinito tra la noia e la vita improvvisa ed ebbra. Come accade in Guardate i gigli del campo, in cui un paziente in analisi rivive, con gli occhi di un soldato romano, obbligato a guardare, il terribile supplizio dell’imperatore Valeriano, morto in prigione persiana. A tal proposito, Roberto Galaverni scrive:

«Hecht è un poeta della storia (personale) e della Storia (pubblica e civile), che anzi sono impensabili l’una senza l’altra. Ed è pertanto un poeta del retaggio, delle scelte, della responsabilità. Eppure una sua virtù va senz’altro riconosciuta nel far nascere le situazioni da dentro, dagli abissi della psiche e dell’animo umano, dalle scissure che non sono mai del tutto sotto il nostro controllo, da quella parte di noi che non vorremmo essere e da cui pure non riusciamo a liberarci. Di qui l’inquietudine, il turbamento profondo, a volte persino il malessere, che spesso accompagnano la lettura. Si avverte ogni volta la presenza di un rovello oscuro, di un non detto terribile che condiziona il presente e che presto infallibilmente esploderà. Di qui anche la necessità che il poeta avverte di spiegare, di riflettere, di riportare a ragione, di far scaturire dalla rappresentazione un giudizio morale, almeno implicitamente».[8]

Riti e cerimonie, affronta il dolore dell’indicibile esperienza dell’Olocausto (come accadrà anche in altri testi finali della raccolta, dove la furia della morte prosciugherà l’anima nelle ore che diventano anni: «Non una preghiera, non incenso, s’alzò in quelle ore che divennero anni; e venivano ogni sera muti spettri dai forni, filtrando nell’aria frizzante, posandosi sui suoi occhi come fuliggine nera»), iniziando con un’invocazione che mescola le allusioni al Libro di Giobbe, ai Salmi, alla prima strofa del poema catastrofico e abissale di Gerard Manley Hopkins Il naufragio del Deutschland.

Il dramma di Hecht non si svolge soltanto nella cronaca, bensì nelle fenditure oscure delle sovrapposizioni, nel dramma della sopravvivenza, nelle frastagliate possibilità della lingua, in ciò che può essere salvato e sopravvivente[9]. È la caratteristica ontogenetica della sua poesia che ricrea il mondo, raschiando il proprio spazio e le relazioni ferite con l’alterità inaudita, che si lega alla preghiera umana ed elementare di un mondo in apprensione[10]. La religione non mitiga il dolore nella distanza delle stanze senza finestre, nelle lettere innominate del blu insepolto e del sangue sussurrato. Resta un tentativo duttile e ombroso di recuperare l’umanesimo intonso e perduto che tenta di elevarsi in una pace quasi tracimata:

«Padre, Adonoi, autore di ogni cosa, / dei tre stati, / della luce soffusa dell’alba sulla stalla, / vento che canta / nel felceto, fuoco sul ferro delle grate, / del corno dell’ariete, / arredatore, perno del paradiso, che hai legato / le amabili Pleiadi, / penetrato i perfetti tesori della neve, / che il corso hai disegnato / tondo del mondo, nascita, morte e malattia, / e che le vene / hai sviluppato, cervello, ossa in me, per cantare e respirare / l’aria hai modellato, / Signore che, governando nube e fonte, / o mio Re, / me che vivo fino a questo 43° anno hai preservato – / in cui noi dubitiamo – / chi era il bimbo di cui narrano / nelle laudi e trenodie? / il cui santo nome tutti pronunceranno / Emmanuel, / che interpretato significa «Gott mit uns»?».

Nel 1977 Hecht pubblicò Millions of Strange Shadows (Milioni di ombre arcane), in cui la pienezza e la ricchezza immaginativa esplorano il trauma in parallelo della coscienza «nell’aggressiva luce del sole» e nell’aria rarefatta, come accade in Verde: un’epistola, in cui «l’interno di una notevole metafora protratta, le crescenti afflizioni di una coscienza in via di maturazione – «risentimento, malizia, odio» – vengono viste in corrispondenza alla maturazione botanica del pianeta, in modo tale che l’ontogenesi ricapitola la filologia nel modo più inquietante[11]».

Come il ricordo della governante teutonica con un «gusto particolare per il dolore inflitto» assurge a trauma e dramma universale di vacuità cinerea, di buio della coscienza, di riverberazioni che nascono da un particolare e penetrano nei sussurri interiori: «Quando Fräulein scomparve, non ricordo / esattamente. Continuammo a incontrarci / grazie ad appuntamenti segreti nei miei sogni / in cui, per stadi, la nostra relazione / crebbe a proporzioni internazionali / mentre i ghetti dell’Europa si svuotavano, i carri bestiame / viaggiavano verso spazi terminali e osceni, / e forni avvampavano come nelle acciaierie di Pittsburgh». O il sipario del sogno interrotto dello spettatore a teatro, le divinazioni di innocenza, l’inintelligibile preghiera di Santo Stefano.

Vi è, dunque, in Hecht, un elemento che perturba la scena, la dilata negli spazi mentali e memoriali, fa emergere un rimosso perduto e infine, riporta il tempo a una dimensione presente, quasi raddoppiata ed esiliata, allucinatoria ed indefinita, catatonica e vitale.

I pentametri giambici di The Venetian Vespers (1979) recano l’acume dell’immaginazione portata al trionfo: L’uva, confessione di una cameriera di un hotel, che nella valle dell’ombra è pervasa dall’epifania negativa delle illusioni e della sorte davanti all’uva («E tutte quelle piccole borse di vitrea trasparenza, / quei grappoli di pianeti, porgevano la guancia orientale / alla luce del sole, ciascuna con un morbido / gonfiore meridiano dove la luce più sottile / misteriosamente scemava nell’ombra»), l’atroce enigma de L’offerta espiatoria che segue le linee di Renoir, la drammatica staticità della natura morta, narrata nei cambi di colore e nella immota permanenza dell’universo. E poi le persistenze, le maledizioni si immergono nell’anima dei vespri veneziani, in cui l’armonia friabile di questa città raffigura lo strappo di un limbo, il rifugio del tempo presente e l’anima imbevuta. La chiarità magnificente unita all’epifania chiaroscurale del tempo, in un’unica deriva di colori:

«Sullo sfondo di un diorama del celeste più tenue / cagli di nuvole, cumuli di nuvole, cespugli di nuvole s’assolano. / Enormi torte nuziali, meringhe impossibili, / soffici barriere coralline e tumuli friabili / passano in anguste processioni e calme greggi. / Immensi stadi, tribune e anfiteatri, / sembrano le opulente lettighe ornate di nappe / degli dei; o fasce da neonato lavate, parrucche bien coiffées, / raccolti bianco-latte, peonie cinesi / che virilmente rimproverano la nostra grettezza. / Nonostante tutte le loro presenze spettrali, esse / di sera assumono una nobiltà multicolore. / Verso est il cielo comincia a volgere / a un lilla così esangue da sembrare un umore del grigio, / per gradi, come quietamente i giusti spirano. / Strie di argentana bordano sfarzose / le lente chiglie a fondo piatto, quei lobi ondeggianti / tra i quali piume e fasci di luce sventagliano / rossi e arancio-pesca sfumati in cornalina, / che approssimano al centro un fulgore cedrino, / la fornace ardente nella gola del forno / che infuoca e fonde nuvole di moscatello / con pennellate d’oro».

In The Transparent Man (L’uomo trasparente, 1990), il particolare ampio e minimo si lega alla impenetrabilità, al segno unitivo, allo sguardo pervasivo dell’oltre, fatto di stendardi di luce che si dispiegano e si avvolgono, dove, come in Vedi Napoli e poi muori, ciò che accade porta con sé la sua maestà precaria, racchiusa in un fatto quotidiano, o dove ciò che è idillico scurisce nella metamorfosi:

«Quasi riluttante d’esser giorno / il mattino sciorina un repertorio / di rarità ferrigne, / e l’inverno indossa l’armatura, / trionfante su legioni di rosso e oro. / Le pietre dalle anime fumose, / pennellate opache di piombo, / riducono il mondo a un monotono pallore / di clima cimiteriale, vapori di acquitrini / che ci sentiamo penetrare nei pori. / Se non per gli spazzini, / i nostri figli sono i primi a uscire fuori. / Carichi di libri e imbacuccati, da bocca e naso / fantasmi vengono evocati: / di George Washington e di Poe, di Banquo / miriadi di soldati, dell’Unione e Confederati. / E loro stessi sono i fantasmi, grigio-casellario, / di noi defunti in un’altra era, / che rinunciamo per iscritto alle nostre vite / sulle felci e i prezzemolo gelati del finestrino di una corriera» (Curriculum Vitae).

Nella lunga sequenza di Flight Among the Tombs (Volo tra le tombe, 1996), la luna sequenza in cui la Morte parla in prima persona o prende le sembianze dell’alterità. Il gesto poetico di Hecht qui compie una lunga parabola ironica, sinistra e acrobatica, in cui il vertice del sublime diviene timore e tremore di sillabe, lamento creatore, carne tremula e tempo finito.

La sintassi sinuosa di Hecht è frutto di un infinito corpo a corpo con le sfumature idiomatiche, l’intensità visionaria e l’elegia. In The Darkness and the Light (La tenebra e la luce, 2001), ultima raccolta del poeta, la sequenza feroce della malinconia, dell’ode, del monologo e della traduzione, vibrati attraverso il selvaggio sipario delle rime, la pantomima barocca dei paesaggi e degli scrigni, molti dei quali inseguono trame bibliche, rilasciando una stoffa di eclissi e mancanze («[…] la luce che rischiara / è l’eclissi di loro stessi: / sale mentre vengono a mancare»), suoni limpidi e sfarzi nell’ira in cui il sole imporpora il mondo o i lapislazzuli triturati del cielo inventano Eden perduti, indorati agli orli e remoti agli angoli. E dove la tenebra e la luce si fronteggiano in un’unica salmodia (soprattutto nel riferimento al salmo 139) finale e sospesa[12]:

«Incisi sul vetro i barbari cardi del gelo / si espandevano ubiqui nella docile luce invernale / con pavè di diamanti ed esili aghi di ghiaccio / da cui un fascio luminoso del tardo pomeriggio / filtrava nella stanza per far risaltare la deriva, / il fluttuare del pulviscolo come minuscole vite acquee, / poi riverberava sulla teiera d’argento, suscitando / chiazze d’oro che strisciavano come lumache sul soffitto / e finalmente s’immergeva nel secchio della risciacquatura / dove altre vite acquee, ugualmente lente, / ruotavano sulle loro tristi, involontarie rotte, vortici / nella broda verde-anguilla. Chi avrebbe mai pensato / a un qualsiasi altrove? Perfino al di fuori, dove / cataste di legna brillavano in panneggi di brina / e accecavano il sole stesso con quel furto esultante, / il levigato bottino gelido di fuoco celestiale?».

 

[1] Shapiro H., Anthony Hecht, a Formalist Poet, Dies at 81, in “The New York Times”, October 22, 2004.

[2] Hecht A., Le ore dure, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, introduzione di Joseph Harrison, Donzelli, Roma 2018.

[3] Cfr. ID., Selected Poems, edited by J.D. McClatchy,  Alfred A.Knopf, New York 2011.

[4] Cfr. Anthony Hecht in Conversation with Philip Hoy, Btl, London 1999.

[5] Febbraro P., Lo “stravedere” del colorista, in “Il Sole 24ore”, 9 settembre 2018.

[6] Harrison J., «Una policroma nobiltà serale»: la traiettoria poetica di Anthony Hecht, in Hecht A., Le ore dure, cit., pp.11-13.

[7] Id., cit., p. 16.

[8] Galaverni R., Racconta la tua storia, sembra la storia, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 12 agosto 2018.

[9] Cfr. Sinclair P.M., Trauma and Prayer in Anthony Hecht’s The Hard Hours, (https://www.academia.edu/5192733/Trauma_and_Prayer_in_Anthony_Hechts_The_Hard_Hours).

[10] Alter R., “Psalms.” The Literary Guide to the Bible, editors Robert Alter and Frank Kermode, Harvard University Press, Cambridge 1990.

[11] Harrison J., cit., pp. 18.

[12] Harp J., On Hecht’s Darkness and light, (https://www.kenyonreview.org/2007/11/on-hechts-darkness-and-light/), november 22, 2007.

Hecht A., Le ore dure, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, introduzione di Joseph Harrison, Donzelli, Roma 2018, pp. 208, Euro 17.

 

Hecht A., Le ore dure, a cura di Moira Egan e Damiano Abeni, introduzione di Joseph Harrison, Donzelli, Roma 2018.

  • Anthony Hecht in Conversation with Philip Hoy, Btl, London 1999.
  • Selected Poems, edited by J.D. McClatchy, Alfred A.Knopf, New York 2011.

Alter R., “Psalms.” The Literary Guide to the Bible, editors Robert Alter and Frank Kermode, Harvard University Press, Cambridge 1990.

Febbraro P., Lo “stravedere” del colorista, in “Il Sole 24ore”, 9 settembre 2018.

Galaverni R., Racconta la tua storia, sembra la storia, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 12 agosto 2018.

Shapiro H., Anthony Hecht, a Formalist Poet, Dies at 81, in “The New York Times”, October 22, 2004.

Sinclair P.M., Trauma and Prayer in Anthony Hecht’s The Hard Hours, (https://www.academia.edu/5192733/Trauma_and_Prayer_in_Anthony_Hechts_The_Hard_Hours).

Homero Aridjis: la fiamma della meraviglia

di Andrea Galgano 10 ottobre 2018

leggi in pdf HOMERO ARIDJIS. LA FIAMMA DELLA MERAVIGLIA

Homero Aridjis (1940) «pare sintetizzare nella sua opera tutta una serie di miti e culture anche apparentemente distanti e contrastanti; nelle sue pagine pulsa sempre una storia viva, nella quale anche la cronaca, spesso violenta, si apre a risvolti metafisici, in un continuo dispiegamento di forze tra il bene e il male», da cui risulta un universo complesso e affascinante[1]».

In tal modo, ne risulta «un universo poetico e narrativo complesso e affascinante, un immenso crogiolo di immagini ai quali il poeta sembra attingere, di volta in volta, per rappresentare meraviglie e miserie del nostro mondo[2]», i cui elementi confluiscono «in un grande affresco universale, in un’opera veramente “totale” (per dirla con Juan Ramón Jiménez), alla ricerca di quel punto di unione e di comunione che costituisce l’humus militante non solo dell’opera, ma della sua stessa vita[3]».

Nato a Contepec, in Messico, di padre greco e madre messicana, poeta, romanziere e saggista, è anche un ambientalista attivo, fondatore del Grupo de lo Cien, che raccoglie intellettuali impegnati nella tutela della biodiversità in America Latina. Ha ricoperto la carica di ambasciatore messicano in Olanda e in Svizzera e presidente del PEN Club dal 1997 al 2003.

La pubblicazione, in Italia, per Passigli, di Del cielo e le sue meraviglie, della terra e le sue miserie[4], a cura di Valerio Nardoni, segue Diario dei sogni[5], a cura di Emilio Coco, pubblicato qualche anno fa, assieme a romanzi, come 1492. Vita e tempi di Juan Cabezón di Castiglia e A chi pensi quando fai l’amore?, restituisce non solo l’impronta di un «ecologismo responsabile[6]», come sostiene Giuseppe Bellini, ma anche un’impronta creativa di pienezza e rivelazione finale, che «dà ampia testimonianza, comunicando ai suoi testi, a qualsiasi genere essi appartengano, il senso di una continuità culturale che tesaurizza i risultati creativi di secoli, dando, tuttavia, nella sua opera, il senso di un’attualità che ne accentua la problematica, discutendo il futuro del mondo[7]».

Octavio Paz, il poeta nel labirinto e del vento cardinale, indagando i recessi di Mirándola Dormir (1964) e Perséfone (1967), di Aridjis, in cui l’imperituro dialogo con l’oggetto amato si propagava come ansia di eterno, anticipazione della morte e compiutezza, Paz sostiene che:

«Nella poesia di Aridjis c’è lo sguardo, il polso del poeta: c’è il tono inconfondibile di chi ha la necessità di dire e sa che ogni dire è impossibile; c’è la parola piena e la coscienza del vuoto della parola; c’è erotismo e anche amore; c’è il tempo discontinuo della vita pratica e razionale e la continuità tra il desiderio e la morte; c’è la verità originale del poeta».[8]

È la totalità che si annuncia. Dentro la pienezza ombrosa e solenne, nella fertile sponda di ogni preziosità indicibile «[…] si intuisce di trovarsi di fronte a una poesia dal respiro vasto e incline a sorprendere le vicende personali (in molte poesie vi sono dediche e riflessioni solitarie) dentro il movimento intero del mondo e dell’interrogazione solitaria[9]».

Nel ferreo inverno di New York, il poeta entra in una libreria e attraverso le copertine, scorge in una di esse, un fiore eclissato di petali gialli. Fuori infuria il mondo gelido dell’inverno, nelle tasche il calore subitaneo dell’essere:

«In un gelido pomeriggio / A passeggio verso Broadway / entro in una libreria. / Sfoglio un libro. / Totalità. / Attraverso le copertine / un occhio mi fissa, / è un fiore eclissato / di petali gialli. / Totalità. / è raro che a quell’ora / ci sia tanta gente nel freddo, / mentre da terra fino alla punta / di un gelido edificio / sale una luce azzurra. / Nel carillon di raggi del pomeriggio / un sole ebbro suona sulle finestre, / e la luce vagante della totalità nascosta / da qualche parte di me stesso / mi obnubila. / Le mani in tasca / si accendono come soli liberati, / e il fuoco che sprofonda nella città / riecheggia nel mio essere come un sole orfano. / Totalità».

Davide Rondoni commenta:

«[…] lontano da ogni moda leggera di in appartenenza, di cosmopolitismo “light” questo viaggiatore instancabile tra miti antichi e figure di varie fedi, tra voci di poeti remoti e compagni di viaggio (stimato tra gli altri da Paz, Bonnefoy, Heaney) porta con sé un potente anelito alla “totalità”. Così si intitola una sua poesia a inizio di questa raccolta, dove una passeggiata per New York diviene enigmatica occasione per riconoscere «la luce vagante della totalità nascosta». In quella poesia è presente una libreria, come in tutta l’opera di Aridjis sono continui i riferimenti alla cultura e alla letteratura. La poesia in lui viaggia alla scoperta dei segni di tale luce «unitiva» – forse quella “unio” che Dante intravvide al termine del suo viaggio e che resta sia nel campo della ricerca fisica che della ricerca estetica un grande attraente mistero. La scena del mondo, infatti, come Aridjis la testimonia con ficcante e mai dolciastra poesia è plurale e frammentata, così pure l’uomo ha il suo doppio interiore, ma ovunque l’uomo pensoso avverte una tensione alla unità profonda. Si può vivere la scena enigmatica del mondo come una disordinata e mesta deriva, una decomposizione più o meno accelerata. Oppure come una oscura comunicazione unitiva».[10]

Il dettaglio che si frammenta, come accade in quell’inframondo a New York, è un abisso che ascolta il rumore del silenzio, l’orfana moltitudine e il riflesso guadagnato nella finestra, i segnali dipinti nell’aria e gli occhi aperti del sole collassato della Totalità.

Il particolare di Aridjis attraversa la scena del mondo (come si legge in Angeli nella Metro: «Se li vede diretti alla Metro, / non li perda di vista, / li segua fino al binario, / e se si buttano sulle rotaie / si butti dietro di loro, / perché nei loro brandelli insanguinati, / c’è un cielo da conquistare»), che viene attraversata da «varie forme, da questi angeli, da queste forze di collegamento tra le dimensioni celeste e terrestre: angeli ormai così simili a noi e ai quali abbiamo imparato a sopravvivere, come ha osservato J.M.G. Le Clézio[11]».

Il sipario soleggiato di Aridjis scompone ogni tempio possibile di bellezza. Si fa materia, sguardo, incanto di penombre e strade accalcate, unendo storia e mitologia, fede e credenza, possibilità e ragione, sillaba viva di palpebre e orizzonti.

La dimensione onirica diviene, così, un ordine di obbedienza, un ritratto, un ricordo che attraversa lo spazio antico e la luce benedetta della nascita tocca situazioni perdute[12], fantasmi che richiamano altri fantasmi, stanze buie dell’utero materno, amanti, dove il sole rappresenta la sensuale trasgressione del vivente:

«Amo il sole che si leva e che si posa nei tuoi occhi / come un falco nel deserto di Amarna / lo amo come un cuore che pensa / e come un occhio che sente / amo il sole che veste e sveste le creature / con le sue mani che terminano in raggi / l’occhio che colmandoci di luce / ci fa apparire più scuri / il sole vecchio che tocca le mani del cieco / che suona in una strada uno strumento a fiato / il sole che crea cuori di luce sulle pareti / e strie sulle piramidi di sabbia / amo il disco che si allontana sul fiume / come una povera moneta di rame / l’occhio che danza alle finestre / ebbro di soli e di ombre / il mistero che brilla nei tuoi occhi / e sfolgora nelle pupille dell’acqua / amo il sole che ci guarda attraverso la Luna / per non lasciarci soli nella notte / amo il sole nei suoi nomi / Helios Akhenaton Tonatiuh / il Sole Dio di Marsilio Ficino / il Cristo trasfigurato del Grünewald / amo il sole miele il sole mare il sole Dio / il cui nome sta in una sola sillaba / il sole vivo che guarda se stesso / quando il sonno mi chiude le palpebre / il Sole che dalla sua oscurità disse: / «che l’aria sia che l’acqua sia / che gli uomini siano / che le pietre siano / che l’orizzonte sia» / Sole solo Sole mio».

Ciò che accade o è accaduto rappresenta la palpitazione dell’immaginale, come avviene in Santa Teresa d’Avila, cui Aridjis dedica Levitazioni. Il castello interiore diviene la perfetta unione di spirito e corpo, quiete e unione, estasi e raggiungimento («In quei rapimenti il mio corpo perdeva il suo calore naturale / e iniziava a freddarsi, il pavimento sotto il corpo si ritirava, / e nel silenzio dei sensi la nube / della grande Maestà discendeva a terra, / saliva alla nube del cielo, ed elevandosi / mi portava con sé nel suo volo»), o nel racconto di María de Agreda che un giorno, «come una nube si dissipò nell’aria», l’impermanenza di Budda e l’alba di ogni chiocciola.

Aridjis scrive così la sua litania a Dio in un luogo nudo, avvertendo la fitta del trascendente in ogni ontologia, fino al nulla degli inferni, al sangue, all’amore profondo del rito o ad Afrodite che scrive sulle mani del vecchio, camminando per strada come un sogno (“duermevela”): «ama il Dio che ti ama / la luce che i tuoi occhi amano / lo spirito incarnato ama / l’acqua madre ama / la terra intelligente / come te stesso ama / l’universo dentro e fuori di te ama / come un sole interiore ama / la luce vitale / tra due eternità morte ama / la poesia dell’essere ama / ama il sorriso infinito della luce / nella vita e nel nulla ama».

Dentro la sua vena di luce che sente la mancanza del sole, come tensione e come ultima propagazione di grazia e bellezza finale, c’è tutta la lacerazione dello scorcio della vitalità estrema, assieme alla luna insanguinata di Leopardi, che descrive l’apocalisse del suo biancore ignoto, come ciò che nel remoto ci destina.

Yves Bonnefoy, cui Aridjis reca omaggio, afferma «Aridjis incendia la realtà in immagini che allo stesso tempo la illuminano e la consumano, facendo della vita una sorella del sogno. Aridjis è un grande poeta; il nostro tempo ha bisogno di lui[13]», la poesia vede l’invisibile, l’essenziale, i segni, lo spazio interiore come visione e sporgenza dell’occhio divino.

Come la poesia di Bonnefoy sgorga da profondità inconsce e non da fatti contingenti, come gesto imprevisto e imprevedibile, che varca la morte per vivere («potremmo con gli occhi chiusi, / dal più profondo silenzio, / vedere nel nostro intimo infinito, / l’invisibile»), così Aridjis compone la sua affermazione dell’invisibile, il gesto indicibile dell’ombra, l’attrazione dei corpi e la mistica passione per la realtà attraverso la luce e i soli interiori nello splendore seppellito («Sole del sorriso arrossito, / la luce della banda del tuo spettro / cadde come leonessa ferita / sui seni nudi del nulla»), il tatto trascendente[14], il fuoco e l’eros[15], la totalità e il suo occhio nero, gli elementi («Io stringevo negli occhi la sua forma sfuggevole, / l’aria però scappava da cannoni labiali / trascinando le immagini verso il suo nulla»), fino all’inizio dell’infinito e del finito («In noi stessi l’oriente canta e l’occidente decanta, / l’orizzonte sopravanza i propri limiti. / Finchè la testa esplode di dolore come un fiore»).

Poi la notte di Novalis, dopo la sua morte, con i chiari di luna che captano l’ombra, i pezzi di oscurità, la pietra in fiamme dei chiarori, e il Fiore Azzurro che destina il primo e l’ultimo amore sulla oscurità santa che non riesce a vedersi le mani.

La morte ha anche una luce di scomparsa. La poesia dell’essere richiede notizie dalla terra, dopo il temporale, una deriva di sogno, in cui si scorge chiaro l’incubo del futuro, l’implosivo annichilimento dell’uomo, immerso nelle rovine, incarnando « le ansie del presente, dell’impotenza umana di fronte alla rovina dei tempi, delle angosce per un disastro apocalittico che tutto e tutti coinvolge[16]».

Quando Aridjis fu colpito, accidentalmente, da un proiettile esploso dal fucile da caccia del fratello maggiore, e fu ricoverato in ospedale in fin di vita, le voraci letture della sua degenza, sperimentata attraverso Salgari, Verne o i fratelli Grimm, rappresentarono la prova di una metamorfosi che doveva indagare il mistero della realtà, la limpidezza delle radici e la chiarità della vita, attraverso l’attrazione dell’amore, assoluto ed estremo nella scheggia di eterno, materiale nella sua carnalità:

«Se ci fosse possibile tenere gli occhi aperti / per vedere Dio da tutte le parti / perché la porta di Dio nel cielo superiore / non è più brillante di quella di questo mondo / se ci fosse possibile essere un calzolaio scalpellino / e sistemare il selciato della strada / se ci fosse possibile modellare i sogni dell’infanzia / e andare per i campi partorendo esperienze visionarie / se ci fosse possibile esaurire la vita infinita / in una sola vita / se ci fosse possibile uccidere la concupiscenza della carne / e grazie alla forza divina trasformare il mondo / trasformare la vita interiore in cielo / e il mondo interiore in mondo visibile / se ci fosse possibile che l’albero raggiungesse la perfezione / e ottenesse i suoi frutti dal Mysterium Magnum / se ci fosse possibile che il guscio esterno cadesse / e potessimo vedere l’albero spirituale di Dio / se ciò fosse possibile / se ciò ci fosse dato / alzare l’albero della vita / nell’infinito campo di Dio / se fosse possibile / se fosse / se».

La percezione del mondo, di ciò che non ha paese ed è errante, solo e viandante, come alcuni giardini, come il sito di Wirikuta, cuore sacro del Messico, dove «per la prima volta / si vide cantare la luce», la «prima luce solida del mondo» della roccia bianca di San Blas, la sierra Tarahumara e gli specchi di Borges, l’occhio di pietra, le visioni di città compiono il loro enigma di rinascita, di strane luci, di sogno come attraversamento dipinto, di autoritratti e spettri notturni.

Le fotografia di Aridjis sfiora anche Turner, nella perfetta interazione di colori primari e luce immortale: «nell’ora della sua morte / […] iniziò / a mescolare i colori puri / con i raggi solari / sognò gialli teneri / blu cobalto / e angeli immobili / sul ciglio di una nuvola», e in tal modo, «con quell’impasto / di ombre animate / e colori caldi dicono / che rese vicino l’aldilà / e il lontano visibile», l’occhio di Rogier Van der Weyden che dipinse se stesso «perché vedere è credere / e soprattutto essere», la morte avida di colore.

Nelle dodici Poesie del doppio, «il doppio è una sorta di intuizione personificata, è ricordo non svanito, è il sé che si è stati e che ancora ci guarda, o il sé che non si è mai stati e che ancora si vorrebbe essere, come «licantropi del non vissuto», il doppio è quell’ego selvaggio che compra pezzi anatomici per sovvertire ogni regola e ottenere una propria forma […] La moltiplicazione dei doppi, nell’uomo, riproduce la forza della creazione primigenia, ossia della vita che chiede violentemente e costantemente il diritto di esistenza[17]»:

«Il letto era il suo cielo di chiaroveggenza, / la finestra il suo lucernario; / fissava gli occhi del suo doppio che saliva e scendeva tra gli uccelli / che era stato sul punto di uccidere / quando gli partì un colpo di fucile: / da lassù in alto, / poteva vedere il bimbo che era stato, / sdraiato sul letto, / stranamente calmo, / quasi vivo, quasi morto, / che lo guardava da dentro fissamente».

Viene percepito nella distanza  («Mi chiedo, sono io / quella sostanza che respira / nella distanza? / O sono questa presenza / che respira qui / guardandomi dalla distanza?»), nella licantropia del non vissuto («Quell’ego selvaggio, incalzato dall’anelito / di essere mio simile, cominciò a comprare / pezzi anatomici; occhi gialli, olfatto sottile, / mani affilate, viso e petto pelosi»), nel labirinto della mente, nella vecchiaia, nell’orfanità, nell’angelo e nella rosa malata.

Il doppio di Aridjis è uno zenit di sogno e vitalità, si protrae attraverso l’annotazione ridestata, «per recuperare un’età perduta, il bambino che era stato prima che fosse gravemente ferito da un colpo accidentale partito dal fucile. […] Homero ritorna su quell’episodio e ci racconta come proprio grazie a quello sparo sia diventato poeta. [….][18]:

«Dopo diciannove giorni, ritornai a Contepec e cominciai a scrivere poesia. Una parte della mia vita era rimasta dall’altro lato dell’incidente. L’altra era cominciata quando risuscitai nella stanza dell’ospedale. Quel bambino che giocava a calcio e dormiva col pallone ai piedi del letto era morto ed era nato il poeta bambino».

Ma esiste anche il confine, e le sue trame oscure, nel tempo degli assassini. Il Messico possiede le meraviglie e la brutale ferocia dei narcos, la dolcezza sperduta e insonne delle figlie del fuoco, le città desolate, la violenza e l’incombere della morte, l’infanzia del gemito della terra e le sue miserie, la sacralità del suo paesaggio natale che diviene un tempio di nascita, come le miriadi di occhi dell’universo, l’oro dei fiori e l’ora fatale («L’alba dell’uomo è una primavera in rovina»).

Una nullità dello spazio[19] nella terra, uno squilibrio goyesco di compassione, un incubo di cani e sacrifici, di vetrate e strade ingabbiate come ombre livide, demoni di città senza sonno e occhi di vetro.

Le nudità della morte silenziosa, dispiegata nelle pagine, è una lapidaria catastrofe rivelata ma non è l’ultima e nemmeno la definitiva. Ci sono i colori della pioggia nell’amore («e attraverso la pioggia di dita trasparenti / lei vedeva lui / con i suoi sei come fiamme bianche / e uno sguardo di silenzi infranti»), la magia delle palpebre mobili dell’infanzia, l’epifania delle cose, e l’infinita alterità dell’unione, come una nebulosa di fuoco, per proclamare la supremazia dell’amore e la sua traccia infinita: «dal suo infinito / lei mi guardava / e dal mio infinito / io guardavo lei / e quando si spense la luce / ci addormentammo insieme / nel cielo di nessun luogo».

[1] Nardoni V., prefazione, in Aridjis H., Del cielo e le sue meraviglie, della terra e le sue miserie, cit., p.5.

[2] Id., cit., pp. 5-6.

[3] Id., cit., p. 6.

[4] Aridjis H., Del cielo e le sue meraviglie, della terra e le sue miserie, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018.

[5] Id., Diario di sogni, a cura di Emilio Coco, Ladolfi, Borgomanero (No) 2013.

[6] Bellini G., I tempi dell’Apocalisse. L’opera di Homero Aridjis, Bulzoni, Roma 2013, p. 11.

[7] Id., cit., p.11.

[8] Cfr. Paz O., Poesía en movimento: México, 1915-1966, Siglo xxi, Buenos Aires 1988.

[9] Rondoni D., Cosmopolita, visionario e totale. Le domande di Aridjis al cielo e alla terra, in “Avvenire”, 11 settembre 2018.

[10] Rondoni D., cit.

[11] Nardoni V., cit., p.7. Vedi anche Le Clézio J.M.G., Tiempo de ángeles / A time of angels, México, Fondo de Cultura Económica – San Francisco, City Lights, 2012.

[12] Cfr. Udiel Ruiz F., Diario de sueños (entrevista con el poeta Homero Aridjis), in «Caratuca», Revista Cultural Centroamericana, 39, Diciembre 2010- Enero 2011.

[13] Cfr. Bonnefoy Y., preface, Les poèmes solaires d’Homero Aridjis, Gallimard, Paris 2009.

[14] Rexroth K.,  Los espacios azules, en  Homero Aridjis,  2ª ed., selección del autor, México, UNAM 2013, p. 4.

[15] Cfr. Sánchez Ruy A., in Aridjis H.,  Obra poética 1960-­1986, Mortiz, Colonia Chapultepec Morales, 1987.

[16] Bellini G., cit., p. 128.

[17] Nardoni V., cit., p. 10.

[18] Coco E., introduzione, Aridjis H., Diario di sogni, cit.

[19] Bellini G., cit., vedi anche (http://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/i-tempi-dellapocalisse-lopera-di-homero-aridjis-fragmento/html/424dfa25-f7c1-4723-821a-e03955e6601b_12.html).

Aridjis H., Del cielo e le sue meraviglie, della terra e le sue miserie, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018, pp. 305, Euro 28.

Aridjis H., Del cielo e le sue meraviglie, della terra e le sue miserie, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018.

  • Diario di sogni, a cura di Emilio Coco, Ladolfi, Borgomanero (No) 2013.
  • Obra poética 1960-­1986, Mortiz, Colonia Chapultepec Morales,

Bellini G., I tempi dell’Apocalisse. L’opera di Homero Aridjis, Bulzoni, Roma 2013.

Bonnefoy Y., preface, Les poèmes solaires d’Homero Aridjis, Gallimard, Paris 2009.

Guerra L., El  Último Adán:visión apocalíptica de la Ciudad en la narrativa di Homero Aridjis, en «Contexto», Volumen 6 – No. 8 – Año 2002.

Le Clézio J.M.G., Tiempo de ángeles / A time of angels, México, Fondo de Cultura Económica – San Francisco, City Lights, 2012.

Paz O., Poesía en movimiento: México, 1915-1966, Siglo xxi, Buenos Aires 1988.

Rexroth K.,  Los espacios azules, en  Homero Aridjis,  2ª ed., selección del autor, México, UNAM 2013.

Rondoni D., Cosmopolita, visionario e totale. Le domande di Aridjis al cielo e alla terra, in “Avvenire”, 11 settembre 2018.

Stauder T., Un coloquio con Homero Aridjis (http://www.cervantesvirtual.com/obra-visor/un-coloquio-con-homero-aridjis/html/610345fa-3ab3-4434-8d58-76d9ccde3909_2.html), 2 abril 2003.

Udiel Ruiz F., Diario de sueños (entrevista con el poeta Homero Aridjis), in «Caratuca», Revista Cultural Centroamericana, 39, Diciembre 2010- Enero 2011.

 

 

 

 

 

 

Frank Bidart: la cartografia del desiderio

di Andrea Galgano 23 settembre 2018

leggi in pdf  FRANK BIDART. LA CARTOGRAFIA DEL DESIDERIO

Desiderio[1] (Desire) di Frank Bidart (1939), uno dei più grandi poeti americani, vincitore, di recente, del National Book Award e del Premio Pulitzer, uscito nel 1997 negli Stati Uniti, e ora riproposto dalle Edizioni Tlon, nella raffinata collana “Controcielo”, con la traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan e l’introduzione di Tommaso Giartosio, ricostituisce il tremore di una cartografia dell’anima che disegna la pagina poematica, il dettato erotico, il candore dimostrabile, cui se, da una parte, come scrive Fabio Donalisio, il poeta

«è stato dotato dal caso di una vita con tutti gli ingredienti di scabrosità adatti al confessional poem (travagliate vicissitudini familiari, omosessualità vissuta problematicamente, un certo tasso di vita spericolata), il corpo a corpo con la storia, con il mito e la tragedia – in una parola, con la tradizione letteraria – stempera l’io lirico in una serie di controfigure più o meno reali (non è importante), e comunque portatrici di desiderio, il suo».[2]

Attraverso il semantema del desiderio che racchiude l’istanza vitale, lo stupore degli occhi e la conoscenza, Bidart innesca una feroce tensione che

«andrà dunque cercata tra l’incandescenza dei contenuti manifesti e del materiale psichico da un lato, e il rigore formale, l’esattezza, l’acume intellettuale dall’altro. […] A tutta prima sembrerebbe scrivere attraverso il corpo, le pulsioni, la concretezza sensibile, ma presto ci si accorge che ogni sua premura, ogni suo rovello non viene sono liberato ma messo in tema, indagato, concettualizzato. Non c’è nulla che si trovi allo stato fluido: questo poeta, in realtà, è un cacciatore di conoscenza e di regole. Nel libro, non a caso, pullulano le sentenze, i precetti, le constatazioni definitive, magari messo in rilievo dal corsivo o dai caratteri grafici».[3]

Dentro l’intrisa ed infinita corporeità, il tumefatto crepacuore[4] di ogni grafia e regia tipografica, la sonorità di ogni desiderio risuona in tutta la sua statura mobile e il suo impulso vivente, per comprendere il linguaggio delle cose mute, la rabbiosa visione interiore, il destino e la sua adesione.

L’inizio dell’essere ridesta il corpo e la sua necessità che «esonda, spinto dalla potenza impetuosa, talvolta incolmabile della carnalità, grazie a una poesia possente e tormentata, che a sua volta tormenta. Il desiderio, si sa, è spesso corporale, scabroso, e nulla quaestio. E quello che Bidart offre lungo il percorso della sua opera è proprio l’incarnazione di questo bisogno dell’essere, non sembra sussistere altra strada, per lui[5]»:

«Per Plotino ciò che cerchiamo è VISIONE, ciò che / si desta quando ci destiamo al desiderio / come l’occhio al sole / È proprio come se ti innamorassi di / uno dei passeri che ci sfiorano in volo / quando ci destiamo al desiderio / Ma una volta che hai visto una mano mozzata, o / un piede, o una testa, ti sei imbarcato, hai iniziato / come l’occhio al sole / Il viaggio, tale è il tutto, non sei giunto a / riva, ma bambini con i loro giochi e / quando ci destiamo al desiderio / Poveri spiriti che trasportano qui e là i corpi dei morti / perché i corpi cedono ma lo spirito non cede / come l’occhio al sole / Tu sai che ogni strumento, anche, recipiente, mero / martello, se fa ciò per cui è stato fatto / quando ci destiamo al desiderio / È bene, eppure chi l’ha fatto non è lì, è morto:
così, inevitato, uno, non uno, al NIENTE chiedi / come l’occhio al sole / Che io possa essere fatto recipiente di ciò che / deve essere fatto / quando ci destiamo al desiderio / Certo che ciò cui sei giunto non è la riva tu / scomparirai in ciò che ti ha prodotto / come l’occhio al sole» (Come l’occhio al sole).

Amore incarnato, il secondo componimento del libro, partendo dall’estremità della Vita Nova, A ciascun alma presa e gentil core, registra il vortice di una condizione, esemplificato attraverso la metafora e la dimensione surreale, l’obliqua memoria di un principio oggettivo e l’invisibilità nascosta della ferita sincopata e cicatrizzata, fino al cuore mangiato e all’incontro che svela e rivela la propria indecifrabilità torturata. La rappresentazione del dilemma registra la voce umana, ciò che la costituisce e sperimenta così la sua torsione dolorosa:

«Nelle sue mani sorridendo AMORE reggeva il mio cuore / ardente, e tra le sue braccia, il corpo il cui saluto / mi trafigge l’anima, ora avvolto in rosso sangue, addormentato. / Lui l’ha fatto svegliare. Gli ha ordinato di mangiare / il mio cuore. Lui ha mangiato il mio cuore ardente. L’ha mangiato / con sottomissione, come impaurito, mentre AMORE piangeva».

Tommaso Giartosio scrive:

«”Amore incarnato” chiama questo nodo “LOVE”, in omaggio a Dante (la riscrittura infatti è attenta a interpretare il sonetto in modo perdonale senza però snaturarlo – ed è significativo che il mutamento del sesso della persona amata, da madonna a un corpo maschile, non venga percepito alla lettura come una distorsione). […] Il concetto di “amore” è sempre esposto a letture sublimanti; il desiderio no. Il de-siderare latino accoglie in sé il riferimento all’assoluto (l’astro, il sider) ma gli premette un de– cruciale. […] Una devoluzione all’io di ciò che un’altra tradizione poetica pone lontano, a distanza di sicurezza. […] La poesia di Bidart si presta a una lettura psicoanalitica, ma al tempo stesso la ostacola, perché controverte la rassicurante geografia della psiche che oppone forze opposte e ben distinte. Io, id e super-io sono tribù nomadi che viaggiano nella steppa psichica sovrapponendosi e scontrandosi, tra razzie e negoziati, nozze e contaminazioni».[6]

L’ineluttabilità del tempo e del destino arriva a riscrivere Catullo, percepito come dramma interno, inchioda la durezza del legame, come dolore che lacera e scava nell’insonnia di una pulsione incessante, di un continuo ridestarsi della dinamica affettiva che, però, sente tutto il peso di una fitta crocifissa («Odio e – amo. Il corpo insonne che martella un chiodo inchioda / se stessi, appeso, crocifisso»)

«Lui mi guardava all’insù negli occhi con uno sguardo / che quasi posso vedere ancora adesso. / Aveva uno sguardo negli occhi / che penetrava dritto nei miei. / Sentivo che lui sapeva che io ero / invidioso di quello che stava facendo -; e sapeva che avrei / sempre rimpianto di non aver saputo a quel tempo / che quello che stava facendo l’avrei sempre / bramato più avanti nella vita, proprio come lui. / Gli piaceva quello che stava facendo. / Lo sguardo era di estasi pura. / Godeva. Sapeva. / Ricordo ancora il suo sguardo» (Adolescenza).

In Borges e io, «Noi riempiamo forme preesistenti, e nel / riempirle le cambiamo e ne siamo cambiati», si avverte tutto l’urto centripeto, autobiografico e autoanalitica che cerca di riappropriarsi di vita e di vite. L’oltre della materia vivente avverte la discrepanza tra personificazione fra il proprio sé  essenziale e il secondo sé mondano, la scrittura che cambia l’io e le sue stratificazioni e lo specchio incrinato, come accade nella memoria senza frontiere di Joe Brainard e il suo cosmo indecifrabile: «… l’indecifrabile / codice decifrato perfino quando l’anima / impara una volta di più che il corpo che ama e odia è / fatto di terra, e la tradirà».

Oppure come nel lutto, il dolore consumato unisce la solennità dell’amore alla spazialità totalizzante. Sono attimi di gravità riassettata, in cui le parole mute sfiorano il mondo nella morte.

E poi ancora, la memoria ricostruita, l’universo dell’istante attraverso il giogo del volto, lo spazio bianco irrorato dall’arte, come se fosse il respiro famelico che immerge il tessuto vivente, in una geometrica esplorazione e in una intonazione sospesa dell’abisso: «Qualsiasi cosa giaccia ancora non recuperata nell’abisso dentro / di me mentre muoio muore con me».

La poesia di Bidart recupera, in versi, l’episodio della battaglia nella selva di Teutoburgo tra i Romani e la coalizione delle tribù germaniche, raccontata negli Annali di Tacito. Il racconto della clades Variana, che mostrò il primo indizio di quella che sarebbe stata l’impossibilità di conquistare la Germania per i seguenti sette anni, nonostante l’invio di Germanico, sotto Tiberio, per il riscatto di Roma, cercando di recuperare le insegne perdute in quella battaglia lontana, ha la forza di una piena di ombre e di destino in pena, così simile alla propria scorza e al proprio tragico senso:

« ….in campo aperto / ossa sbiancate sparse dove gli uomini erano stati abbattuti / in fuga / ………ammucchiate / dove avevano resistito / l’ampia distesa del primo accampamento / di Varo / ……..in campo aperto / il mezzo muro / sgretolato e la trincea poco profonda / ……..in campo aperto tra di loro / ossa sbiancate sparse dove gli uomini erano stati abbattuti in fuga / ……..ammucchiate / dove avevano resistito / Sono tornato qui mille volte, / anche se la storia non sa indicarci il luogo esatto. / Arminio, incessantemente braccato da / Germanico, si ritirò in territori non cartografati».

Ne La seconda ora della notte, Bidart, partendo dalle Metamorfosi ovidiane, condensate in una ravvivata percezione della realtà, entra nel territorio del desiderio. Egli recupera il dramma interiore di Mirra e il suo intenso amore, che però è anche morboso e impuro, per il padre Cinira, che la porterà fino alla sua metamorfosi in albero. È un’acuta cartografia terribile di un segreto, di un cuore spezzato e di bellezza viscerale, che ritorna al proscenio oscuro di Orfeo e Euridice, e sfiora il sipario di un’autoanalisi profonda: «La notte in cui non potè più NON raccontarsi / il proprio segreto, seppe che non era mai / esistito un tempo in cui non aveva saputo».

Il desiderio si insinua incidendo l’acqua dell’anima, annulla ogni difesa, accade in modo non scampabile. Gli dei schiudono occhi disumani ed esso penetra sulla sua terra di limite, sul suo dolore che rinnova il lutto, sulla sua musica senza memoria e sul mare in un ditale: «Il dolore per la vita non vissuta […] presto divenne intimo / di Mirra, il suo castigo / narcotico, complice, padrone».

E poi la colpa, l’aria della morte, il passo fallito, il tentativo di suicidio, la soglia, l’illusione di poter scampare «a ciò che lui è, ciò / che lei è», determina una tensione tra la sproporzione della libertà e la necessità, tra la vita e la morte come mare in un ditale, tra il rifiuto e la salvezza, l’appagamento e la sua finitezza della pelle di palpebra e negli infiniti suoni della poesia, sperare che «questa polvere divenga seme / come le stelle spente i cui fuochi ancora ci danno luce»:

«non libera di non desiderare / ciò che la conduce non è COMPULSIONE né LIBERO ARBITRIO: – / […] nessuna creatura è libera di scegliere ciò che / le concede la più possente, e più segreta, liberazione: / lo appago, perché lo contengo – / prevale perché è dentro me -».

[1] Bidart F., Desiderio, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan, introduzione di Tommaso Giartosio, Edizioni Tlon, Roma 2018.

[2] Donalisio F., recensione di Frank Bidart – Desiderio, in «Blow Up», settembre 2018.

[3] Galaverni R., La legge del desiderio che porta al Pulitzer, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 27 maggio 2018.

[4] Vendler H., The Tragic Sense of Frank Bidart, (https://www.nybooks.com/articles/2017/10/26/tragic-sense-of-frank-bidart/), 27 ottobre 2017.

[5] Paglialonga R., Frank Bidart – Desiderio, in “Il Foglio, 28 agosto 2018.

[6] Giartosio T., Introduzione. Il corpo. Per Frank Bidart, in Bidart F., Desiderio, cit., p. 7.

Bidart F., Desiderio, Edizioni Tlon, Roma 2018, pp. 184, Euro 13,90.

 

Bidart F., Desiderio, traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan, introduzione di Tommaso Giartosio, Edizioni Tlon, Roma 2018.

Donalisio F., recensione di Frank Bidart – Desiderio, in «Blow Up», settembre 2018.

Galaverni R., La legge del desiderio che porta al Pulitzer, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 27 maggio 2018.

Paglialonga R., Frank Bidart – Desiderio, in “Il Foglio”, 28 agosto 2018.

Vendler H., The Tragic Sense of Frank Bidart, (https://www.nybooks.com/articles/2017/10/26/tragic-sense-of-frank-bidart/), 27 ottobre 2017.

Gli orizzonti di Kathleen Jamie

di Andrea Galgano 14 agosto 2018

leggi in pdf GLI ORIZZONTI DI KATHLEEN JAMIE

Con Scrutare gli orizzonti (Sightlines)[1], appena edito da Tufani editrice, con la cura e la traduzione di Giorgia Sensi, Kathleen Jamie ci fa scorrere attraverso i margini dell’umano, il suo contatto perduto[2] e la sua presenza.

Ma la protagonista di questo itinerario di viaggio è la luce. La luce prima del viaggio. Il sole basso del cielo, le congiunture, la direzione del vento. Tutto concorre a illuminare la pagina precisa e chiara[3] prima di ogni paesaggio. Irradia l’erba, come un rasoio, creando il vero giardino. Un viaggio lucente che taglia e si sospinge nel vento. Luce che è anche conversazione naturale sulla linea degli occhi.

Gli orizzonti si susseguono, aprono cateratte, affermano la loro vitalità di linea, senza toccarla. Il viaggio di Kathleen Jamie, pur appropriandosi di una dimensione vicina all’appunto su un diario di bordo, contiene il senso del remoto, dell’ignoto e della promessa invincibile di un contatto continuo con il vivente. Quattordici saggi che sono segnati da una premura[4], una vitalità silenziosa che guarda alla Natura in tutta la sua dinamica sublime.

Lo sguardo si poserà sugli scheletri di balena a Bergen, al Museo di Storia Naturale («Un’atmosfera metafisica, se volete, dove si può riflettere sulla posizione umana nei confronti di altre creature, la loro sofferenza e la nostra rapacità, e la strana bellezza delle loro forme»), la visione e il sogno lunare, come seta nera, la Cueva che riporta una ferita spezzata con la natura, dove le pareti sono ricoperte di dipinti di animali neolitici, più antichi di quelli di Lascaux, e di stalagmiti («Siamo entrati in un corpo e ci stiamo muovendo tra i suoi condotti e canali e processi. La stessa camera in cui ci troviamo ha striature di un rosso rugginoso, ed è come l’interno di un cranio, uno spazio mentale, come se la grotta stesse pensando a noi») e, infine, la falena gazza, in un piccolo loch della brughiera.

Il primo racconto, in compagnia di Polly, entra nel gelido e duro paesaggio dell’Artico, per vedere l’aurora boreale. Il procedimento descrittivo insegue la limpidezza della luce, la sua vastità, lo sciabordio di brillantezza nel sole del mattino. Il senso di sproporzione e distanza, l’accuratezza ornitologica, la forza di un paesaggio selvaggio, che la mano di Jamie ricompone, rappresentano il viaggio nell’estremità più pura e più profonda negli elementi, che si espongono in tutta loro tremenda e scontrosa vitalità.

Essa è caratterizzata dal dominio degli iceberg, dalle increspature d’acqua e dal mondo della plancia. E poi compare l’aurora, in tutta la prodigiosa numinosità, lungo il fiordo, come un’opera conclusa.

In Patologia, la durezza dell’atmosfera vitrea, in ospedale, dopo la morte della madre, si accompagna all’incontro per un convegno sul rapporto degli umani con altre specie. La domanda elementare di Kathleen tenta di riappropriarsi del concetto e del contatto con la natura, non solo esterna, ma intima, corporea, umana, attraverso l’esperienza accanto al professor Frank Carey, Specialista in Patologia presso il Ninewells Hospital di Dundee:

 

«Dissi a Frank del convegno di ambientalisti e scrittori, e di come mi turbasse questa semplificata definizione di “natura”. Ero tornata a casa di malumore, pensando «non sono tutte primule e lontre». C’è il nostro mondo naturale interno, intimo, ci sono le forme strane del corpo e a volte vanno storte. Ci sono altre specie, non i delfini che balzano eleganti fuori dall’acqua, ma i batteri che possono metterci al tappeto. Gli chiesi, mi mostri per favore cosa succede qui»[5].

 

L’esperienza della «prova naturale della nostra mortalità» accende il senso del limite, attraverso una sorta di visita guidata nel corpo e cosa può distruggerlo. Così Kathleen riesce a vedere un tratto canceroso di colon di dieci pollici. L’indizio, dunque, di una limitatezza che però avverte tutta la fresca profondità dell’infinito, in quella brezza di marzo che tocca e riconcilia con la nostra inimitabile peculiarità.

Il ricordo delle reliquie sepolte della terra, dopo aver costeggiato le Orchid Hills, verso Stirling, poi attraversato Strathallan e l’Allan Water, per trovarsi quasi in terra straniera, dopo l’ultimo esame, compone una scena di memoria e incanto, lungo la cima delle Ochils.

I frammenti memoriali si accompagnano alla freschezza dei crepuscoli, nonostante il maggio freddo e ventoso, per scavare un henge. Esiste, in Kathleen Jamie, una dettagliata solennità discreta, come se i luoghi, i volti e le esperienze siano ontologia di poesia in prosa. Lo scavo assomiglia a quello della parola, fatto di aree, abbandoni, raschi, lavoro e durezza. Ma anche dolcezza di colline e orizzonti, emersione del mistero della terra, come topografia di storia e sogno:

 

«La grande emozione era rappresentata da quelli che venivano chiamati ‘features’. I ‘features’ si verificano quando, sotto la cazzola, comincia a comparire qualcosa, non si sa cosa, un vero mistero della terra. Potrebbe essere semplicemente la superficie di una pietra, o un cambiamento nel colore della terra: il punto in cui c’è stato un focolare resta nero per sempre. Viene sfiorato con la mano, valutato. L’abilità dell’archeologo consiste nel distinguere un qualcosa da un nulla, un’intenzione umana dal caso o dalla natura. Sanno leggere le pietre loro, ma a volte le pietre tengono la bocca chiusa. Il gioco è crudele: proprio quando il mistero è risolto, viene smantellato e distrutto» (p.59).

 

Nelle scogliere delle Shetland, rase e illuminate, vivono le colonie di sule. Nella meraviglia di quella strana riunione volatile, l’occhio di Kathleen, da esperta ornitologa, descrive gli attimi della vita degli uccelli. Il loro destino, la loro vita in ogni dettaglio, come una sorta di cellula di stupore e di bellezza discreta, la cui osservazione, al passaggio di un branco di orche, guidato dalla matriarca, porta alla riflessione sul ruolo di madre e suoi figli, pronti a lasciare il nido.

Nel viaggio a St Kilda, fino alle isole Monach, la barca è scossa dal vento e Jamie riporta lo stupore all’ironia, alla affettività naturale e alla scrittura che registra e disegna uno lungo intenso quadro di baie, colonie di sule e pulcinelle di mare, rifugi e brochs. E poi Rona, una ventosa isola disabitata a 40 miglia dalla terraferma scozzese, che segna l’incontro con le procellarie e le orche assassine, porgendo una dinamica di forze in contatto[6] e di vitalità feriale.

La scrittura procede lineare ma inseguendo ciò che accade. La profondità del pensiero si accomuna con la densità di ciò che vive, si inoltra e si dettaglia, nella maestosità, per farsi accessibile. E in tale processo, l’attenzione diventa coscienza della realtà, autocoscienza del cosmo, perfetta simbiosi di archeologia, poesia ed elegia.

La natura, dunque, diventa il territorio di un confronto dell’io con il suo essere, con la sua ultimità remota, che scandisce il suo Nord interiore, il reperto selvaggio e la relazione con le cose.

 

[1] Jamie K., Scrutare gli orizzonti, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2018.

[2] Hoare P., Sightlines by Kathleen Jamie: review, in “Telegraph”, 3 April 2012.

[3] Johnstone D., Sightlines, by Kathleen Jamie, in “Indipendent”, 29 April 2012.

[4] Lezard N., Sightlines by Kathleen Jamie – review, in “The Guardian”, 7 August 2012.

[5] Jamie K., cit., p. 28.

[6] Kelly S., Book Review: Sightlines, in “The Scotsmen”, 25 March 2012.

Jamie K., Scrutare gli orizzonti, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2018, p.206, Euro 12.

 

Jamie K., Scrutare gli orizzonti, Luciana Tufani Editrice, Ferrara 2018.

Hoare P., Sightlines by Kathleen Jamie: review, in “Telegraph”, 3 April 2012.

Johnstone D., Sightlines, by Kathleen Jamie, in “Indipendent”, 29 april 2012.

Kelly S., Book Review: Sightlines, in “The Scotsmen”, 25 March 2012.

Lezard N., Sightlines by Kathleen Jamie – review, in “The Guardian”, 7 August 2012.

 

 

Il sogno individuativo di Roberto Bolaño

di Andrea Galgano 1 luglio 2018

leggi in pdf IL SOGNO INDIVIDUATIVO DI ROBERTO BOLAÑO

PRIMA PARTE

Roberto Bolaño (1953-2003) scrive la sua precaria galleria di suono e il suo itinerario di miraggi e dirupi onirici. Ne I cani romantici[1], pubblicati ora per le edizoni Sur, con traduzione di Ilde Carmignani, che vinse in patria il “Premio Literario Ciudad de Irún 1994”, racchiude testi scritti dal 1980 al 1998.

La nudità danzante dell’avanguardia (sotto un arcobaleno di fuoco) si sposa con la frantumata vitalità superstite, la rinascita della ripetizione, lo straccio sporco e intimo che deve sopravvivere per contenere, come ha detto Elias Canetti «la maggiore e la più pura quantità di vita[2]».

Precedentemente, in Tre[3], Bolaño avverte la rapsodia deserta del «sogno dei coraggiosi morti per una chimera di merda», gli spostamenti temporali delle asimmetrie, lo spettro misterioso della narrazione che affronta la trama della storia attraverso l’eliminazione del caos[4] e la disperazione della ragione. Affrontare la scrittura significa dimorare nell’inabitabile, inseguire, da detective, il doppio volto della realtà, la sconfitta, («Sono stato dentro il paradiso come osservatore e naufrago, là dove il paradiso aveva la forma del labirinto»), e il sogno come illuminata dismutazione di oblio.

Nell’esplorazione del dettaglio, dagli autunni di Girona all’invisibilità dell’io e all’Oñar, Roberto Bolaño condensa le atmosfere rarefatte del particolare in una nascita di morte e splendore. Condensare la nascita in una contaminazione di precarietà e flusso è percepire l’urgenza sorgiva di una dislocazione, di una registrazione di atti e metafore che affermano la pulizia elementare della lingua.

Il vertice puro della sua poesia è il deserto che la anima, scrive i contorni esiliati, stanchi, assetati e affamati. La vita che si esprime allo zenith dell’illusione, dell’illuminazione spodestata, dell’atomo dell’avventura (Arcimboldi, i realvisceralisti, le puttane assassine) e della malattia, in ciò che Filippo Polenchi ha chiamato «contagio dei deserti[5]», perché la poesia è l’universo che squaderna  e straborda il labirinto e lo spazio cancellato, rappresentando la ricerca della verità, l’epifania e la potenza del linguaggio nella geometria aliena, diventando:

una gigantesca isola, quasi un continente, nei cui viali assolati o nei bui cunicoli della capitale dell’orrore si aggirano senza scopo, come mossi da una insopprimibile necessità interiore, una moltitudine impaurita di esseri umani, individui i cui libri e le cui storie sembrano aver perso per strada l’intima motivazione del loro stesso essere racconto e narrazione. Il labirinto è, in fondo, un cimitero e la poesia e la letteratura sono i ferri del mestiere del detective-poeta, il bisturi con cui lo scrittore seziona le colpe storiche e individuali del proprio tempo in uno spazio che, come la Avenida Reforma di Amuleto, «si trasforma in un tubo trasparente, in un polmone cuneiforme da cui passano i respiri immaginari della città»[6] e appunto in un «cimitero del 2666, un cimitero dimenticato sotto una palpebra morta o mai nata, le acquosità spassionate di un occhio che per dimenticare qualcosa ha finito per dimenticare tutto».[7]

Così come aggiunge Alice Pisu:

«L’autore entra ed esce dal suo testo e, mentre immagina i suoi personaggi, vede il deserto, il vuoto, quel nulla che riempie ogni cosa e che gli permette di osservare la sconosciuta. Una solitudine profonda si nutre di sogni e disperazione, tra inquietudini e paure racchiuse in un caleidoscopio che  esi muove «con la serenità e la noia dei giorni». Ciò che si allontana può essere chiamato deserto, roccia con aspetto d’uomo, scrive Bolaño. La realtà può avere tante facce, anche essere “coniata nel vuoto”: risiede in questo la profonda differenza tra Bolaño e i suoi contemporanei, la consapevolezza che la realtà raccontata dal personaggio che appare da uno schermo bianco o la proiezione del sogno sono solo lati di un cristallo, quella che richiamerebbe l’immagine dell’esattezza o della vaghezza per Calvino. Credere di poter raccontare la realtà percependola come l’unica sarebbe illusorio perché, come scriveva Richard Linklater, anche il solo pensare ad altre direzioni le rende realtà distinte, che vivono una propria esistenza: «Ogni tuo pensiero crea la propria realtà [..] come se tutto ciò che decidi di non fare si separa dal resto e diventa una realtà a sé».»[8]

Nella poesia rilasciata come straccali, il poeta compie la sua passeggiata onirica lambendo Virgilio, Borges, Perec, Lihn, Teller e Parra ma anche frequentando il nitore recluso di Emily Dickinson o la pienezza di Whitman. La narrativa e la poesia si mescolano in una intuizione di notturni e stelle distanti, disfano le loro impronte in una irruzione di scontro e fertilità selvaggia che irrompe nel discorso e lo comprime fino a farlo saltare[9] attraverso l’esilio dell’essere:

«Siamo rimasti a metà, padre, né cotti né crudi, persi nella grandezza di questa discarica interminabile, errando e ammazzando, sbagliando e chiedendo perdono, maniaco-depressivi nel tuo sogno, padre, il tuo sogno che non aveva limiti e che poi abbiamo sviscerato mille volte e poi altre mille, come detective latinoamericani persi in un labirinto di cristallo e fango, viaggiando sotto la pioggia, vedendo film dove c’erano vecchi che gridavano tornado! tornado!, guardando le cose per l’ultima volta, ma senza vederle, come spettri, come rane in fondo a un pozzo, padre, persi nella miseria del tuo sogno utopico, persi nella varietà delle tue voci e dei tuoi abissi, maniaco-depressivi nell’immensa sala dell’Inferno dove si cucina il tuo Umore».

Le mute cose respirano il loro diorama di dilatazioni e incarnazioni, il dettaglio degli indizi occultati, il crivello dell’orrore e il paesaggio acuto del dolore e della disperazione alla fine del mondo[10], fino al postumo respiro degli eventi:

«LA REALTA’. In qualche modo che non saprei spiegare la casa sembrava toccata da qualcosa che non c’era quando me n’ero andato. Le cose sembravano più chiare, per esempio, la mia poltrona mi sembrava chiara, brillante, e la cucina, anche se piena di polvere attaccata a strati di grasso, dava un’impressione di bianchezza, come se potessi vederci attraverso. (Vedere che? Nulla: altra bianchezza.) Allo stesso tempo, le cose erano più nette. La cucina era la cucina e il tavolo era solo il tavolo. Un giorno cercherò di spiegarlo, ma se allora, due giorni dopo essere tornato, appoggiavo le mani o i gomiti sul tavolo, provavo un dolore acuto, come se stessi mordendo qualcosa di irreparabile».

La consumazione del tempo celebra il tempo del proprio febbrile apprendistato oltre la sconfitta, la stratificazione dell’ombra e della carne, la povera bandiera dell’arte e dell’infinito, per afferrare anche l’impronta dell’oasi che

«è sempre un’oasi, soprattutto se uno esce da un deserto di noia. in un’oasi si può bere, mangiare, curarsi le ferite, riposare, ma se l’oasi è di orrore, se esistono solo oasi di orrore, il viaggiatore potrà confermare, stavolta in modo inoppugnabile, che la carne è triste, che arriva un giorno in cui tutti i libri sono stati letti e che viaggiare è un miraggio. Oggi, tutto sembra indicare che esistono solo oasi d’orrore o che ogni oasi va alla deriva verso l’orrore».[11]

I cani romantici restituiscono il mondo di una smarrita e avvolta precisione che lega sogno e incubo attraverso indicatori spaziali e temporali. Lo svolgersi del vivente si esprime in una raffigurata protrusione, in un soggiorno apprensivo di soglie, in meccaniche di ombra che restituiscono dolore e contorsione ma che, però, riportano l’apice dell’indefinitezza  e del miraggio. L’epica del sogno ha sperduta incisione e fonetica ombrata, tocca la perdita come ferita di realtà e efferatezza di un’immagine che include l’apogeo della sua malinconia vitalistica, che avvicina la guancia alla guancia della morte, come «spettacolo strano, lento e strano»:

«A quel tempo avevo vent’anni / ed ero pazzo. / Avevo perso un paese / ma guadagnato un sogno. / E se avevo quel sogno / il resto non importava. / Né lavorare né pregare / né studiare all’alba / insieme ai cani romantici. / E il sogno viveva nel vuoto del mio spirito. / Una stanza di legno, / in penombra, / in uno dei polmoni dei tropici. / E a volte mi guardavo dentro / e visitavo il sogno: statua immortalata / in pensieri liquidi, / un verme bianco che si contorce / nell’amore. / Un amore sfrenato. / Un sogno dentro un altro sogno. / E l’incubo mi diceva: crescerai. / Ti lascerai alle spalle le immagini del dolore e del labirinto / e dimenticherai. / Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto. / Sono qui, dissi, con i cani romantici / e qui resterò».

Il 20 luglio 2003 al quotidiano cileno “El Mercurio”, Bolaño afferma: «La mia poesia e la mia prosa sono due cugine che vanno d’accordo. La mia poesia è platonica, la mia prosa è aristotelica. Entrambe abominano il dionisiaco, entrambe sanno che il dionisiaco ha trionfato».

Giorgia Esposito così commenta:

«Tutta l’opera di Bolaño – entrambe le cugine che vanno d’accordo – canta la sconfitta dell’apollineo, attraverso una molteplicità di voci: da quella del calzolaio che, in Notturno Cileno, non vede realizzata la sua Collina degli Eroi, alla voce della madre della poesia messicana, Auxilio Lacouture, che, in Amuleto, si trova faccia a faccia con l’ombra dei suoi figli – una massa di bambini, unita solo dalla generosità e dal coraggio – che cammina inevitabilmente verso l’abisso. Ma l’abisso, ricorda Bolaño in Tra Parentesi, è anche l’unico posto dove si può trovare l’antidoto alla malattia che affligge Apollo. Per essere poeti occorre scandagliare il fondo inesistente del portafiori di Poe, quello che contiene tutti i crepuscoli e le porte segrete dell’inferno, che il poeta può contemplare, ma giammai varcare: più in là c’è solo la morte, e con essa innumerevoli storie di «generazioni sacrificate sotto la ruota e non raccontate» («I passi di Parra», I cani romantici). Bolaño era un sopravvissuto, un testimone, impegnato in una lotta contro il tempo, contro la malattia, che ha voluto dare voce ai poeti morti bambini, a quelli che non hanno potuto raccontare, ai cani romantici che hanno attraversato, con lui, le strade polverose del Messico, inseguendo assassini, puttane e poetesse».[12]

L’iniziazione poetica si conferma nella oscura rappresentazione di strade di ghiaccio nella sala di lettura dell’inferno. I suoi sogni conoscono il sentiero disertato della grazia, il bar e Soni dove si celebra l’immagine della poesia greca e la perdita della luce dei vetri sporchi prima di chiudere gli occhi, Ernesto Cardenal, Orfeo e Edna Lieberman e il suo sangue che gira come la luce di un faro, la puttana Lope, Città del Messico, i versi di Jimenéz che riportano isole che si gonfiano, si uniscono e si separano, Dino Campana e i fantasmi guardiani del sogno, e i crepuscoli annegati di Barcellona. E poi ancora il sanguinoso giorno di pioggia come un mondo scalzo e scarno, una cortina di giunchi «che si apre e ci sporca», gli artiglieri insieme. Pertanto, i paragoni, le metafore dell’aria libera muovono l’incontro sghembo dell’anima con il cuore sporco, malvestito e pieno d’amore, con lo spavento che arriva a toccare le stelle, che arriva a piangere di notte e ad avere le labbra febbricitanti nei villaggi abbandonati: «Solo la febbre e la poesia danno le visioni. / Solo l’amore e la memoria. / Non queste strade né queste pianure. / Non questi labirinti / Poi la mia anima finalmente incontrò il mio cuore».

Guido Mazzoni sostiene che le sue metafore «aprono il regno delle Idee: sovradeterminano ciò che esiste qui e ora, nella limitatezza del proprio essere – così, e lo fanno significare altro; liberano la vita particolare dalla propria tautologia, la redimono dalla finitezza, la rendono interessante[13]», e Ilde Carmignani, soffermandosi sulla tendenza al lirismo cursi (patetico, sentimentale, kitsch) e affermando il ritmo fratturato, il silenzio e  il punto di cesura di Bolaño, aggiunge:

«La mia sensazione, come traduttrice, è che la poesia, l’antico infrarealismo o realvisceralismo, irrompa spesso nella scrittura di Bolaño, e nel modo più inaspettato: è lo scarto repentino, l’espressione imprevedibile, l’immagine surreale, una specie di tempesta elettrica nel cielo notturno, per usare un’immagine ricorrente nei suoi romanzi. Mi dà sempre l’impressione di una rottura, come se la superficie della prosa si squarciasse di colpo per far emergere singole espressioni, frammenti talvolta minimi di frase che appartengono a tutt’altro linguaggio, un linguaggio molto più metaforico e spesso surreale».[14]

La poesia, dunque, frequenta l’incavo di ogni fondo, si immerge nuda in un lago senza confini, ama l’alveo del sogno, fino all’occhio di Dio. L’abisso del poeta sopporta di tutto, la lotta, l’esilio, il tempo sfrangiato dell’illusione, la morte e la malattia, la povertà minima e assassina a cui consacrare l’ostinazione e la volontà («Sulla strada dei cani, là dove non vuole andare nessuno. / Una strada che prendono solo i poeti / quando non gli resta altro da fare»): «La poesia entra nel sogno / come un palombaro in un lago. / La poesia, la più coraggiosa di tutti, entra e cade / a piombo / in un lago infinito come il LochNess / o torbido e infausto come il lago Balaton. / Contemplatela dal fondo: / un palombaro / innocente / avvolto nelle piume / della volontà. / La poesia entra nel sogno / come un palombaro morto / nell’occhio di Dio».

A proposito del respiro lirico ed epico della sua scrittura, che si impregna del soffio vitale che si trova nei condotti di sopravvivenza, Vasco Brondi scrive:

«Un paio di settimane fa ho suonato a Torino alle OGR era una serata pensata da Nicola Ricciardi per il Salone del Libro, mi hanno chiesto di fare un concerto acustico dove le canzoni si mischiassero alle letture e ho pensato che Bolaño poteva aiutarmi, ho pensato alla sua solarità anche quando parla di sparatorie, a quel soffio vitale che hanno le sue pagine. E mi sono ricordato di quelle ultime poesie di Tre che sono suoi sogni messi in fila. Sogni come sempre tra letteratura e vita, come sempre tra l’emisfero sud e l’emisfero nord. Con persone che si inseguono o che sono immobili da anni oppure irrazionalmente felici, e libri che vanno a fuoco, traduttori pazzi che traducono De Sade a colpi d’ascia in mezzo a un bosco, una legione di Tori Meccanici, spiagge dimenticate».[15]

L’inseguimento dello splendore rappresenta l’esito di questo scavo infinito, di questa coltre che si riconosce nel sogno che arriva a copulare persino con la morte. L’amore e il sangue compiono il passo salvifico nella notte: «sei come lo zoppo che l’amore ha trasformato in eroe: / non tornerai mai nella tua terra (ma qual è la tua terra?), / non sarai mai un uomo saggio, be’, nemmeno un uomo / ragionevolmente intelligente, ma l’amore e il tuo sangue / ti hanno fatto fare un passo, incerto però necessario, in mezzo / alla notte, e l’amore che ha guidato quel passo ti salva».

Nella sua consistenza viscerale, quasi primordiale, si rinviene l’amore, la consumazione dei letti bui, la nostalgia del non vissuto sulle labbra dove sgorgano i paesaggi dell’adolescenza mentre fuori cade la pioggia.

Nella bellezza e nella miseria: «Breve come la bellezza, / la bellezza assoluta, / Quella che contiene tutta la grandezza e la miseria del mondo / E che è visibile solo a chi ama».

Roberto Galaverni afferma:

«Ciò che più colpisce, semmai, è come questa costellazione, questa specie d’intensità e di spirito sodale che sono anche un miraggio d’armonia e di perfezione, siano diventati un elemento fondamentale della sua opera narrativa. La prosa di Bolaño non vuol essere di per sé poetica, non scimmiotta i ritmi, le clausole, insomma il passo del verso. Costantemente poetico è invece il suo tema. La poesia entra dappertutto: nell’esistenza e nell’immaginario dei personaggi, nella macchina narrativa, nella storia passata e, ancor più, nell’orizzonte d’attesa del racconto. Assieme alla violenza del potere, alla solitudine, alla disperazione, la poesia costituisce un’autentica ossessione, anche se, a differenza delle altre, come qualcosa di non dato. Potremmo dire allora che sia la vera posta in gioco di questo scrittore, ma una posta perduta, irrecuperabile, eppure, forse proprio per questo, costantemente allusa».[16]

Roberto Bolaño sogna i suoi detective, in cui approntare la sua anima segugia e versata, attraverso i volti amati o la donna che salvò la vita. Egli tocca la notte interminabile contemplando l’orrore e l’incubo peggiore e sa che essere nel fondo significa poi emergere nella pupilla dello splendore, nello strazio macchiato dell’abbraccio dello sguardo e nei frantumi innominabili:

«Sognai dei detective perduti nella città oscura. / Sentii i loro gemiti, le loro nausee, la delicatezza / Delle loro fughe […] Vidi i corridoi pieni di poliziotti, / Vidi liste di domande rimaste irrisolte, / Gli archivi ignominiosi, / E poi il detective / Tornare sul luogo del delitto / Solo e tranquillo / Come nei peggiori incubi, / Lo vidi sedersi per terra e fumare / In una camera con sangue secco / Mentre le lancette dell’orologio / Viaggiavano impaurite nella notte / Interminabile».

E dentro il respiro del sangue si rinviene tutta la potenza di un limite che se, da una parte, annuncia la fitta dell’essere («Strana ciurma imbarcata su una rotta / miserabile, strade cancellate dalla polvere e dalla pioggia, / Terra di mosche e lucertole, cespugli rinsecchiti / E tempeste di sabbia, l’unico teatro concepibile / Per la nostra poesia»), dall’altra testimonia il seme e il sudore e le lacrime di un tempo unico, di una veglia insonne in un hotel di paura e percezione inadempiente («Sei tu il rapinatore, lo stupratore, il ruffiano inetto / che si aggira per le strade inutili del sogno»): «nelle icone trasparenti della passione messicana, / si annidano il grande monito e il grande perdono, / quella cosa innominabile, parte del sogno, che molti anni dopo / chiameremo con vari nomi che significano sconfitta. / La sconfitta della poesia vera, quella che noi scriviamo col sangue».

Lo smarrimento di Bolaño concentra il dramma errante della meta in un corpo a corpo con il dettaglio, gli spigoli avvizziti, la moto e le tracce, Mario Santiago e i poeti perduti del Messico, o i passi di Nicanor Parra sull’orizzonte infinito. Nel territorio della grazia abbandonata, permane però una speranza smarginata e una dimensione innominabile, una resurrezione avvolta come una musa nel buio «ritrovato ai margini / Del sogno più remoto, / Nelle partizioni del sogno finale, / Sul sentiero confuso e magnetico / Degli asini e dei poeti»:

«Un’allegra canzone d’addio. / E forse sono i gesti di coraggio quelli che / Ci congedano, senza risentimento né amarezza, / In pace con la loro gratuità assoluta e con noi stessi. / Sono le piccole sfide inutili – o che / Gli anni e l’abitudine ci hanno permesso / Di credere inutili –  quelle che ci salutano, / Quelle che ci fanno cenni enigmatici con la mano, / In piena notte, sul lato della strada, / Come figli nostri amati e abbandonati, / Cresciuti da soli in questi deserti calcarei, / Come lo splendore che un giorno ci attraversò / E che avevamo dimenticato» (L’asino).

 

[1] Bolaño R., I cani romantici, traduzione di Ilde Carmignani, Edizioni SUR, Roma 2018.

[2] Cfr. Canetti E., Massa e potere, Milano, Adelphi 2015.

[3] Id.., Tre, traduzione di Ilde Carmignani, Edizioni SUR, Roma 2017.

[4] Montesano G., Bolaño. In realtà volevo fare il poeta, in “La Repubblica”, 10 aprile 2017.

[5] Polenchi F., Roberto Bolaño e il contagio dei deserti, (http://www.labalenabianca.com/2017/04/10/roberto-bolano-contagio-dei-deserti/), 10 aprile 2017.

[6] Bolaño R., Amuleto, traduzione di Ilide Carmignani, Milano, Adelphi 2010, p. 16

[7] Ibidem, p.71.

[8] Pisu A., Nella stanza di Bolaño, in “La Repubblica – Parma”, 3 maggio 2017.

[9] Bajani A., Scorribande poetiche di Roberto Bolaño, in “Il Manifesto”, 14 maggio 2017.

[10] Brancati F., Roberto Bolaño, poeta, (http://www.leparoleelecose.it/?p=31196#_ftnref13) 20 febbraio 2018.

[11] Bolaño R., Il gaucho insopportabile, traduzione di Ilide Carmignani, Milano, Adelphi 2017, pp. 135-136.

[12] Esposito G., “I cani romantici”. Le poesie di Roberto Bolaño, (http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/), 28 aprile 2016.

[13] Mazzoni G., “Totalità e frammenti. 2666 e la narrativa di Bolaño”, in «Allegoria», XXVII: 71-72 (2015), p. 235.

[14] Carmignani I., Mistero Bolaño. Conversazione con Ilide Carmignani, a cura di Marco Montanaro (http://www.leparoleelecose.it/?p=22282), 10 marzo 2016.

[15] Brondi V., Ho sognato che la vita mi amava e mi sono messo a scrivere poesie, in “La Stampa”, 9 giugno 2018.

[16] Galaverni R., L’incubo di Bolaño abita lo stesso sonno dei sogni, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 24 giugno 2018.

Bolaño R., I cani romantici, traduzione di Ilde Carmignani Edizioni SUR, Roma 2018, pp. 160, Euro 16,50.

 

Bolaño R., I cani romantici, traduzione di Ilde Carmignani, Edizioni SUR, Roma 2018.

  • Tre, traduzione di Ilde Carmignani, Edizioni SUR, Roma 2017.
  • Amuleto, traduzione di Ilide Carmignani, Milano, Adelphi 2010.
  • Il gaucho insopportabile, traduzione di Ilide Carmignani, Milano, Adelphi 2017.

Bajani A., Scorribande poetiche di Roberto Bolaño, in “Il Manifesto”, 14 maggio 2017.

Brancati F., Roberto Bolaño, poeta, (http://www.leparoleelecose.it/?p=31196#_ftnref13) 20 febbraio 2018.

Brondi V., Ho sognato che la vita mi amava e mi sono messo a scrivere poesie, in “La Stampa”, 9 giugno 2018.

Canetti E., Massa e potere, Milano, Adelphi 2015.

Carmignani I., Mistero Bolaño. Conversazione con Ilide Carmignani, a cura di Marco Montanaro (http://www.leparoleelecose.it/?p=22282), 10 marzo 2016.

Esposito G., “I cani romantici”. Le poesie di Roberto Bolaño, (http://www.minimaetmoralia.it/wp/i-cani-romantici-le-poesie-di-roberto-bolano/), 28 aprile 2016.

Galaverni R., L’incubo di Bolaño abita lo stesso sonno dei sogni, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 24 giugno 2018.

Mazzoni G., “Totalità e frammenti. 2666 e la narrativa di Bolaño”, in «Allegoria», XXVII: 71-72 (2015), pp. 230-237.

Montesano G., Bolaño. In realtà volevo fare il poeta, in “La Repubblica”, 10 aprile 2017.

Montieri G., I cani romantici sulla strada di Roberto Bolaño, (http://www.minimaetmoralia.it/wp/cani-romantici-sulla-strada-roberto-bolano/), 14 giugno 2018.

Pisu A., Nella stanza di Bolaño, in “La Repubblica – Parma”, 3 maggio 2017.

 

 

 

Al Berto. La febbre della vitalità

di Andrea Galgano 12 giugno 2018

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Esiste una nudità offerta che spiana la metafora del proprio essere davanti al mondo, in tutta la sottigliezza vagabonda, in tutta la vitalità che consuma, nella brevità lessicale che naviga nella realtà, sporgendo la parola e il suo territorio di suono, malattia e fragilità errante, di mescolanza liquida che innalza forme vive.

La poesia Al Berto (1948), pseudonimo di Alberto Raposo Pidwell Tavares, poeta e pittore portoghese nato a Coimbra, ci viene ora restituita, grazie alla pubblicazione, per l’editore Passigli, di Orto di incendio[1], a cura di Federico Bertolazzi che afferma:

«In una specie di riscrittura del medievale Horto do Esposo, opera anonima a cavallo tra il XIV e il XV secolo, in cui la rinuncia ai beni terreni è fatta in virtù dell’unione con Dio, il libro di Al Berto si colloca sul versante opposto e, calandosi profondamente nella vita, mostra tutta la consapevolezza della responsabilità e del rischio che fanno parte dell’incontro con il proprio vero volto. Questo, che è l’ultimo libro pubblicato da Al Berto, concentra in maniera mirabile la sua potenza stilistica, mostra un grado di rarefazione frutto di una lucidità serena, anche se disperata. La forza delle immagini, il mistero di certi riferimenti, la passione come strumento di conoscenza, la carezza dell’esistere sul mondo, tutto qui si ritrova in un itinerario umano nel corpo vivo della vita, con la consapevolezza che mai potremo sapere che cosa ci attende dall’altro lato dello specchio».[2]

Horto de Incêndio, pubblicato in Portogallo nel 1997, per Assírio & Alvim, rappresenta il vertice finale della poesia di Al Berto, morto il 13 giugno 1997, a causa di un linfoma, a soli 49 anni. Ecco cosa scriveva, nel 1991, il poeta, in questo suo rapido ritratto:

«Al Berto (Alberto Raposo Pdwell Tavares) è nato a Coimbra, l’11 gennaio 1948, ed è vissuto a Sines fino all’adolescenza. Ha frequentato il corso di Pittura della Scuola António Arroio e il corso di Formazione Artistica della Sociedade Nacional das Belas-Artes, a Lisbona. Nel 1967 si esilia a Bruxelles, dove frequenta la Ècole Nationale Supérieure d’Architecture e des Arts Visuels. Nel 1971 abbandona definitivamente la pittura, riconoscendosi sempre più come “autore di testi letterari”, parallelamente alla sua attività di animatore culturale e all’esperienza più recente come editore, iniziata dopo il ritorno in Portogallo, nel 1975. Da allora vive fra Lisbona e Sines, dove ha cercato invano i riferimenti fisici della sua infanzia, “distrutti da un progresso nero fatto non pensando alle persone ma al plusvalore”».[3]

La rarefazione, la frabilità translucida, i segni e la paura (come testimonia il suo primo libro Medo del 1987, Premio Pen Club, raccolta antologica ampliata poi nel 1991 e, postuma, nel 1998) come campi emblematici di incanto e cifra onirica, il corpo come segno dell’anima indifesa[4], il tremore consapevole della nascita[5], il grido ribelle e frangibile della letalità mortale e il disordine vitale della notte visitata e onnivora riportano a una condizione di nudità e di bruciore finale:

«ascoltami / che il giorno ti sia terso e / a ogni angolo di luce tu possa trovare / alimento sufficiente per la tua morte / va’ dove nessuno ti possa parlare / o riconoscere – va’ per questa porta / d’acqua vasta quanto la notte / lascia che l’albero di cassiopee ti copra / e che le folli avene che l’acido ha arrugginito / si innalzino nella vertigine del volo – lascia / che l’autunno porti gli uccelli e le api / a pernottare nella dolcezza / del tuo breve cuore – ascoltami / che il giorno ti sia terso / al di là della pelle costruisci l’arco di sale / la dimora eterna – il mare per dove fuggirà / l’etereo visitatore di questa notte / non dimenticare la nave carica di fuochi / di desideri fatti polvere – non dimenticare l’oro / l’avorio – le sessanta compresse letali / a colazione».

Federico Bertolazzi sostiene che:

«Questa nudità si riveste della parola come di un manto che, tra i panneggiamenti della metafora, ora vela ora svela i frammenti di una ricerca interiore che sia capace di trovare un volto per la complessità dell’allegria e dell’inquietudine, dell’amore e dell’abbandono, della passione e della solitudine, e che possa, chissà, essere in grado di spiegare anche il mistero dell’esistenza del mare e della morte».[6]

Se la parola rappresenta, dunque, il centro della sillabazione del silenzio che permane sull’aridità delle pietre, se non riesce a permanere nel dicibile fino all’afasia e alla trasformazione, porgendo il magma di sé, noi «continuiamo a ripetere i gesti e a bere / la serenità della linfa – risaliamo lungo la febbre / dei cedri – fino a toccare il mistico / arbusto stellare / e / il mistero della luce ci fustiga gli occhi / in un’euforia torrenziale».

Nell’odore delle cose dimenticate, un dito incendiato accenna nella polvere una finestra d’oro e di vento:

«[…] ma se la notte verrà / piena di luci illeggibili di veli / di orologi fermi – spiega le ali / ferisci l’aria che ti soffoca e non muoverti / così che io resti a vederti frantumare / ciò che penso e più non scrivo – ciò / che ha perso il nome e si beve come cicuta / accanto al precipizio del tuo corpo / poi lascerò il giorno avanzare con la barca / che prende il volo e porta le cattive notizie dei giornali / e l’odore spesso delle cose dimenticate – gli occhiali / per vedere il mare che non vedo più e un dito / incendiato / che accenna nella polvere una finestra d’oro / e di vento».

Nella poesia di Al Berto permane una torrenziale sinuosità febbrile che se, da una parte, raffigura una sfida alle convenzioni e all’omologazione, dall’altro caratterizza lo sperpero di una virginale fatalità («la mano grigia dell’inverno perdura sul viso / di coloro che sonnolenti viaggiano dentro / questo piccolo tumulo di serenità»).

La dolenza dei richiami del mare del mito distrutto rilegge la memoria[7] («Si affacciò sull’altro lato dello specchio / dove il corpo si fa aereo fino alle ossa / la notte gli restituì un altro corpo che scorreva / verso l’abbandono di un segreto ritorno…poi / ripose la passione di lontani giorni nel sacco di tela / e dal fondo nostalgico dello specchio / sorsero gli improvvisi occhi del mare») e rappresenta il dolore acuto della propria mitografia («il dolore di tutte le strade vuote»).

Un punto a cui aggrapparsi per attraversare il vivente, l’urgenza sterminatrice dell’inchiostro, il corpo generato da un istante di panico verso ciò che inquieta e non si definisce, ma rimane ferito: «andrai da solo dentro la vita / le braccia distese come se entrassi nell’acqua / il corpo in un arco di pietra teso simulando / la casa / dove mi riparo dal mortale bagliore del mezzogiorno».

L’incendio del dolore inesprimibile e sisifeo del tempo afferma ciò che Antonio Ramos Rosa ha chiamato «sovranità della forza erotica sommersa dall’impulso verso la morte»: «ecco il mondo fiabesco delle ferite incurabili / l’inferno / anche quando dormi gemi abbandonato / al rantolo della pioggia sulla vetrata e al vento / che danza sulla persiana / non saprai mai della tua metamorfosi / in pantera aerea – proibirò che passeggi / sopra i sentimenti e sopra i mobili / e che ti vendichi / dell’abile seduttore di fiere».

Così come la casa rinviene un abisso disciolto di memoria e fuochi che affogano nel segno e nella traccia di un presagio di sillabe diafane e specchio di presagi («ti guardi allo specchio / ti attribuisci un nome un corpo un gesto / dormi / con l’albero di saliva delle isole – con il vento / che trascina con sé questo scroscio di fosforo e / questi presagi di tranquille ossa»), dove fantasmi di impotenza, abbandono e nulla («in questa casa sopravvive solo la memoria torbida / delle poesie amate – nessun altro nient’altro / all’infuori della parete di fango e della scatola di scarpe / piena di sillabe preziose / e un tavolo piccolo / con un albatros impagliato per vigilarti l’anima»), e acheronti di buio e sogni sono avvolti in un isolamento di appartenenze e congedi, dove «il cuore degli uomini / è una rosa nomade e calcarea»:

«guarda / come la terra è un velluto che scorre dalla bocca / alla bocca – triste nettare avvelenato / contro le labbra che si congedano dalla casa / dagli affetti / dagli amici / dalle cose insignificanti e / dalla strada che non torneranno a vedere / isolati dagli altri / pernottando nel torpore avido dei fiumi avanzano / distesi sul fondo della pesante barca – eterei / entrano con calma nella città demolita / nella fessura di questo tempo pestifero / che non gli appartiene più».

Il testo-corpo di Al Berto ha «potere apotropaico in questo mondo inquieto, e il gesto che le dà forma è ampio e totalizzante: le metafore che crea spazializzano una sospensione del tempo, prolungano l’attesa; come l’ekfrasi è collocata davanti all’opera, così la metafora in Al Berto dice e racconta il gesto[8]».

Ma se la metafora corporea è stata l’epicentro insaziabile di una tensione scandalosa di emancipazione ed enunciazione di sé (sesso, droga, rock’n’roll) e ha definito l’individualità, proiettando la rappresentazione degli ideali collettivi, come accaduto negli anni ’70, la sessualità (e in questo caso l’omosessualità) rappresenta il passaggio dell’essere per raffrontarsi da una parte con la propria anima, dall’altro con la frammentazione, la deriva dei margini, il ritaglio libertario, il mosaico delle tendenze culturali e l’insonnia nelle città inospitali («eppure conosco / tutti gli angoli dell’immonda città che amo / eppure soffro di insonnia – imito il gufo / l’ubriaco folle / gesticolo come chi non sono più e un altro non sarò»): «archiviamo l’amore nell’abisso del tempo / e al di là della nera pelle del dispiacere / presentiamo vivo / il passeggero ardente delle sabbie – il viaggiatore / che irradia un odore di violette notturne / accendiamo allora una fiamma sulle dita / ci svegliamo tremoli confusi – la mano bruciata / vicino al cuore».

Se Sines, città marittima della regione dell’Alentejo, che diede i natali anche a Vasco de Gama, esprime l’apice di un legame osmotico e il punto di paragone dell’essere, Lisbona, (emblema del Portogallo dove finisce la terra e inizia il mare e dove il confine ultimo del mare termina perché esista la terra) richiama le prime luci dell’alba, il deserto di malinconia, le ferite d’asfalto, la finisterra del corpo, i piatti di cenere, ricordando la vertigine amara della finitudine e della transitorietà di Cesário Verde con le spalle al mondo[9]: «platani bianchi si stagliano luminescenti nello sguardo / di chi ci guarda contro un cielo disperato – giardino / di iris gigli palme coperte di rugiada e / il ponte che ci porta ai campi del sud – lisbona».

O ancora il paese ombroso e di silenzio, dove «il vento ti porta l’odore dei tropici / dei tamarindi fioriti dei viali e dei fieni / primaverili delle pianure – il vento / ti protegge – ti porta via nell’alato acido / delle brine e delle incertezze», diventa il paese immobile divorato dal sole nel momento in cui il brivido del canto si sparge per le vie, nel panno riarso del tempo, nei traghetti vaghi e nei vicoli: «ma lisbona è fatta di fili di sangue / di province attese davanti ai caffè / di vuoto sotto un cielo plumbeo che adombra / i giardini di statue spezzate».

La provvisorietà temporale, raccontata dal poeta, si configura come transito neutrale e straniero[10], si delinea come tenebra sparsa tra la sofferenza del corpo e l’anima concitata, malinconia inerte e dimora del silenzio che innalza solitudini fino alla distruzione[11].

La mappa della ricerca del tempo perduto e della entità memoriale si afferma nella sinestesia oggettuale, nella liquidità e nella sperimentazione dell’abisso. La luminosa visione delle cose si accompagna all’oscurità piretica di luce, come sisma di orchidee e cenere bruciata:

«soffia un vento lungo il petto del marinaio – vento / grigio capace di spegnere i gesti che restano e / di pulire i passi incerti per le vie del molo / vento / un vento che ti scuote le vene i tendini / fa vibrare i muscoli e il sartiame – come l’albero / che si stacca dalle viscere del mare / corre / corre un vento lungo le fessure della pelle – vento / di polvere arrugginita che apre ferite negli animali vivi / incollati alla memoria dove / un serpente si è immerso nel sangue e / comincia a folgorare / soffia un vento lungo il petto del marinaio / risveglia la fioritura pallida del plancton – spazza / la notte e lava le mani dei condannati a morte / corre un vento / vento di febbre – sisma di orchidee che si calma / quando accendi la luce e apri le ali / vibri e prendi il volo».

In orto, la condizione genesica di appartenenza si lega al bagliore interiore e al dramma della propria condizione, divenendo il luogo della coscienza e dell’abbandono:

«la linea dell’orizzonte è una lama / taglia i capelli alle meteore – taglia / le guance degli uomini che spiano il palco / notturno delle invisibili città / scorre una linfa argentea verso il cuore dei ciechi / e il sonno li tormenta con i suoi sogni vuoti / si addormentano sempre / prima che la cenere degli occhi arda e si disperda / nel fondo della lunga distanza si sente / un lamento scuro / quando l’alba si alza nell’orto / degli incendi / proseguono il cammino / con la voce avvinta da una corda di gigli / i ciechi / sono il corpo di un fuoco lento / un roveto / che si accende all’improvviso dal dentro».

Nell’ultima parte del libro, Morte di Rimbaud, detta a voce alta nel coliseu di Lisbona il 20 novembre 1996, l’enunciazione di Al Berto insegue la bordura del viaggio sfinito rimbaudiano, avvolto nell’ignoto, come congedo estremo, anticipazione, abisso e circolazione finale, compresa nella e dalla morte: «la verità è che ho passato la vita a fuggire, di città in città, con un sussurro tagliente sulle labbra. / e ho attraversato città e vie senza nome, strade, / ponti che legano una tenebra a un’altra tenebra. / cammino come ho sempre camminato, dentro di me – / squarciando paesaggi, solcando mari, divorando / immagini».

È la visione della caduta, l’impossibilità del ritorno e di ogni invenzione comprensibile, rilasciando un’inerzia che riduce le distanze e apprende la parola nella sregolatezza dei sensi, nei miraggi, nel deserto che squaderna ogni universo da ricostruire nella alterità veggente.

Il contorno e la separazione, il rumore prezioso delle sillabe e ancora la febbre di uno specchio rotto. Il veleno delle vertigini, fino all’ultima fuga, accende il firmamento dell’anima e il vento che fa scomparire e la scrittura per imparare a morire.

[1] Al Berto, Orto di incendio, a cura di Federico Bertolazzi, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018.

[2] Bertolazzi F., L’altro lato dello specchio, in Al Berto, cit., pp. 13-14.

[3] In Bertolazzi F., cit., pp.7-8.

[4] Monteiro M. H., Horto de Incêndio (Entrevista a Al Berto), , in, «Hablar/Falar de Poesia», n.º 1, 1997.

[5] Kirkup J., Obituary: Al Berto, (https://www.independent.co.uk/news/people/obituary-al-berto-1249902.html), 10 luglio 1997.

[6] Bertolazzi F., cit., p.8.

[7] Cfr. Lugarinho M. C. Mnemosyne e a lírica angolana. Dissertação de Mestrado em Literaturas de Língua Portuguesa, PUC-RJ, 1993, p.7.

[8] Bertolazzi F., cit., pp.10-11.

[9] Cfr. Silveira J. F., da Verso com verso, Ângelus Novus, Coimbra 2004.

[10] Cfr. Martelo R. M., Em parte incerta, Campo das Letras, Lisboa 2004.

[11] Cfr. Amaral F. P., O mosaico fluido, Assírio & Alvim, Lisboa 1997.

Al Berto, Orto di incendio, a cura di Federico Bertolazzi, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018, pp. 113, Euro 14,50.

Al Berto, Orto di incendio, a cura di Federico Bertolazzi, Passigli, Bagno a Ripoli (Fi) 2018.

Kirkup J., Obituary: Al Berto, (https://www.independent.co.uk/news/people/obituary-al-berto-1249902.html), 10 luglio 1997.

Lugarinho M. C. Mnemosyne e a lírica angolana. Dissertação de Mestrado em Literaturas de Língua Portuguesa, PUC-RJ, 1993.

Martelo R. M., Em parte incerta, Campo das Letras, Lisboa 2004.

Monteiro M. H., Horto de Incêndio (Entrevista a Al Berto), in, «Hablar/Falar de Poesia», n.º 1, 1997.

Silveira J. F., da Verso com verso, Ângelus Novus, Coimbra 2004.

 

Kathleen Jamie e il centro dello sguardo del mondo

di Andrea Galgano 14 maggio 2018

leggi in pdf KATHLEEN JAMIE E IL CENTRO DELLO SGUARDO DEL MONDO

La compagnia più bella (The Bonniest Companie)[1] di Kathleen Jamie (1962), che ha vinto il Saltire Society Book of the Year e il Poetry Book of the Year, ed è stato ora edito da Medusa, nella elegante traduzione di Giorgia Sensi, consegna l’energia ciclica e immutata del mondo, il viaggio dello spazio naturale[2], la sottigliezza dei confini, che diventano agoni temporali e spostamenti memoriali che incidono la densità infranta del presente come gemme ibride, attingendo anche dagli eventi scozzesi referendari del 2014, che si sono conclusi con la vittoria del “No”.

La poesia scorge, così, il confine liminale di lingua e affermazione. Nella sconfitta e nella terminalità rattrappita, il tempo della rinascita annulla ogni frantume, raccontando lo splendore numinoso della Scozia, il temporale come canto stregato, la ribellione dell’autunno e la madre persa negli occhiali:

«Dunque eccoci qua, / abbattuti e sfiniti, / ammantati di speranze in frantumi, / (un’onesta povertà). / Riposte le nostre bandiere, / le foglie secche di alberi striminziti / volano nelle piazze deserte, / e il vento / – foriero d’inverno – / / fruga fra le statue di granito / – e così via e eccetera. / Tutto ciò lo sappiamo. È martedì. Di nuovo in piedi. / Oggi si ricomincia» (23/9/2014).

Giorgia Sensi scrive:

«Il mondo naturale in The Bonniest Companie è, in genere, più familiare che in precedenti raccolte, meno selvaggio. Non ci sono balene e squali elefante ma cigni, un topo-ragno, aironi, falchi pescatori che lei stessa può osservare col binocolo dalla finestra della cucina, molti merli – il merlo della poesia “Merle” «è il centro dello sguardo del mondo», rondini e rondoni, e tanti altri (Jamie è un’esperta ornitologa). È significativa questa commistione di selvatico e domestico, di quotidiano, spesso presente all’interno di una stessa poesia. Per esempio in “The Heronry” la voce parlante, che in questo caso possiamo identificare con l’autrice stessa, in una giornata di febbraio decide di andare a vedere se gli aironi si sono già radunati nel solito posto non lontano da casa, prende la bicicletta e corre là, non prima, però di aver compiuto un gesto quotidiano e molto pratico, essere andata a comprare il giornale e il pane. […] Quello di Kathleen Jamie è un mondo naturale e in continuo movimento, ed è fonte di rinascita, di conoscenza».[3]

Unire la folgorazione naturale alla specifica dimensione quotidiana consente di precisare la luce di un cambiamento, il territorio identitario e il dramma di una demarcazione di corsa splendente e colpita. Vi è, in Kathleen Jamie, una sorta di fragilità spaesata, una vitalità mai ridotta che si dischiude («Su, facciamo sosta qui, riprendiamo fiato / e inaliamo il dolce profumo di quella ginestra / che è in fiore oggi / guardiamo laggiù in fondo per miglia, da ora / e fino a che non ritornerà la lince, e il lupo»):

«Portatemi al fiume, ma non subito, non con questa raffica gelida, che da est / con furia sale su dal mare / come un iroso pastore – / e quanto a voi oche, nate sull’Artico, che sembrate a vostro agio / nei nostri campi, / che bisogno c’è di tornare al nord al più presto – / neve sui monti, zolle arate e ghiacciate – / così da settimane, e ci basta / – ma quando verrà la mia ora, / lasciatemi andare come il toporagno / proprio qui sul sentiero: spinto dal vento su quel suo pelo da moscerino, / colto a metà pensiero, a metà corsa».

Il legame tra contemplazione e finitudine lambisce strappi di quotidianità e stupore: gli aironi sono pronti per radunarsi «negli allampanati salici dell’isola», in una scintillante promessa di bellezza eveniente.

Jamie esplora l’iniziazione del particolare a una esatta destinazione della realtà. Le cose nude si accompagnano alle radici, agli spostamenti, alle terre percorse come una vitale e feriale disposizione di immagine, che diventa parte nevralgica del Tutto, unione sacrale di “visibile invisibilità”:

«Quel merlo tra i rovi / sull’argine esterno / non sa di esser nato / non sa di esser gloria e parte / di questo mattino domenicale / in stile nord-atlantico. / Dal becco giallo il canto scende / alle prime celidonie dell’anno; / la gola pulsa. Con un artiglio giallo / gratta l’orecchio sinistro / Tra poco si dissolverà la nebbia / a rivelare il Rum Cuillin / coperto dalla neve di marzo, e le acque del Minch / ma per ora è il merlo / il centro dello sguardo» (Merlo)

Irene Battaglini afferma:

Kathleen Jamie è una poetessa che richiede una comprensione contro-intuitiva, un modo di essere “letta” che ella stessa pretende dal lettore insegnandogli a leggere tra i chiasmi dei livelli organizzativi del discorso. Il suo sguardo oscilla dalla terra al cielo con la rapidità di un falco, e con la voracità di sguardo di chi sa cogliere i colori netti della natura, le sue indicazioni chiare, i segni della magnificenza nelle cose piccole; e si muove trasversalmente, con moto ondulatorio, come un sisma d’acqua contro la corrente superficiale, nell’oceano delle grandi emozioni umane, quelle di appartenenza, di scelta, di nascita e morte. E sembra riuscirci con un ampio ricorso alla metafora paradossale, come un ampio ventaglio che si muove al ritmo di una musica silenziosa, come se le parole fossero i tasti di un pianoforte, e il pianoforte fosse il ventaglio che come un pentagramma antico cambia la sua chiave di lettura su basi nascoste, il cui mistero sta nel vero cuore della poetessa. Un cuore sconosciuto forse anche a se stessa, orientata a capire il mondo, ad averne una qualche ragione, abitata da un talento che si ritira nelle segrete stanze delle cose apparenti. [4]

La pulsionale bellezza della realtà scopre, nel dettaglio, la genesi della rappresentabilità, l’ombra infinitesima della lontananza e del moto delle cose. L’autrice insegue ogni germinazione nutrita, i passaggi ellittici senza grumi ma che però avvertono tutta l’imprevedibilità di una ricognizione che mischia finito e infinito:

«Una gran bella arrampicata, ora il giorno è quasi concluso / sulla collina di fronte al rifugio – / un ruscello asciutto, poi una nocca di basalto / come un trono, / se mai volessi far regina / tra felci tremolanti / qualche pecora al pascolo. / Già le Isole Occidentali / profilano rosa polverose all’orizzonte, / e come il prodigo al locale notturno, / il faro di Scalpay / continua a lampeggiare la sua firma / tre raggi bianchi ogni venti secondi» (Il faro).

L’attesa di una liberazione salvifica come nascita («Sto aspettando il sorgere della stella / – forse un pianeta / che ogni sera s’impiglia / tra i rami ancora spogli / del sicomoro / incorniciato dalla tua finestra più piccola / e là sembra palpitare e tremolare») tremola e accade, per lasciare alla parola un interstizio nel mondo: «Su, tentiamo la sorte qui con il mortale, / il banale e il mortale, / e passeggiamo tra le distese di armeria rosa / della scogliera, / le zaffate di guano di procellaria che ti prendono alla gola / e lasciamo che si apra uno spazio / tra parola e mondo / pizzicato dal vento, tremante» (La scogliera).

Sono ricordi di stupore inatteso e febbrile come fioriture («eppure esito, in attesa / che la mia anima pigna / sobbalzi al tocco del mondo»), svolte e ricordi che determinano l’esistente in una conclusa e radiosa domanda elementare di compimento: «Una notte, in braccio a mio padre / fui portata dalla nostra villetta di mattoni / a vedere le stelle sopra il bagliore delle acciaierie».

O ancora il nitore di una adesione che cerca il suo acquisto di voce alta e di ricordo intarsiato: «Sulla mia altalena rossa volai / in alto, fin dove consentivano / le catene di ferro, il cielo / verso cui mi lanciai non si degnò / di accogliermi; spiegai le ali, / stordita da quel blu, dalle nuvole ribelli – / torna, disse la Terra / ho la tua ombra».

E poi il tremore dei nidi che solcano timori di perdite e indugi come abbandoni: «[…] invece eccola! Apparsa come d’incanto / da pioggerella e foschia di marzo, gli artigli gialli / a uncino sull’orlo roccioso – / l’occhio che tutto abbraccia / mentre plana di nuovo / sui nostri tetti e il firth».

L’orizzonte di Kathleen Jamie ha una rigogliosa prospettiva di sguardo che si protende e prolunga nella soglia di ogni veglia stazionata – dalle foschie delle vallate alla piena delle stagioni o alle primavere arrampicate nella vecchiaia, come se il mondo dovesse sorvegliare la sua genesi, i silenzi e la lingua del cielo che sopravanza l’essere: «Da troppo tempo / non guardo il mare / per dieci interi minuti! / l’orizzonte che brilla come una chiave magica, / un nitrito di spuma ai piedi della scogliera, / e tutti i silenzi del cielo, i suoi dialetti… / Ecco ora arriva un turbine di vento / tutto vestito di grigio / e si precipita verso la terraferma – / uno sbaffo di arcobaleno / stretto come la borsa della spesa / nella mano destra».

La sua ornitologia diventa una descrizione epistemologica di volo e di attitudine alla cadenza, al colpo del respiro, alla decrittata spoliazione della realtà, per affermarla, avvertire ogni sporgenza o precipitazione, custodirne la potenza e attestarne la profonda freschezza delle linee vaste di marea:

«Una pergola sul mare, un capanno da giardino, / messo assieme con legni raccolti in spiaggia e arredato / di un divano sfondato / è qui che sono seduta, / e mi sforzo di coltivare la filosofia del prendere-o-lasciare / sulla linea di marea, felice di rimanere / finchè l’ultimo piccolo merlo / lascia il nido / incastrato nella rosa canina alla mia sinistra. / Di tanto in tanto padre merlo / saltella attraverso il comune quadrato erboso, / inclinando la testa. / Amico, è il mare che senti, vasto e giusto / oltre quelle dune, oltre la tua contezza di merlo, / ma io cosa so? Maggio è di nuovo disteso / per tutto l’emisfero settentrionale, e oggi / è il mio compleanno. Chicchi di grandine improvvisi / pungono questo asilo provvisorio. Non è ancora finita» (Pergola).

Lo splendore attonito si attesta davanti al mistero e al segreto del vivente, per essere parte non esclusa di un giacimento protratto di sé, in cui ogni particolare celebra l’apparizione stupefatta di ogni sconfitta della ripetibilità, attraverso la capacità di visione che illumina sugli ottenebramenti di – quasi nulla- che la vita tocca e conosce: «C’è mistero nel giardino dietro casa […] Della pioggerella / che fa luccicare il susino / l’ombra della catasta di legna, / il porta noccioline che vibra / quando un passero prende il volo – / e queste margherite / tutte accampate sull’erba / – le stesse della settimana scorsa, dell’anno scorso, stesse / ma non identiche / a quelle che osservavo da ragazza / innocenti e senza pretese / tutte ricevono la loro parte».

In Le cerve (The Hinds), che dà il titolo alla raccolta, allude alla vecchia ballata Tam Lin, dove il cavaliere viene salvato da un’intrepida e aristocratica fanciulla, Janet, rimasta incinta al loro primo incontro. La Regina delle Fate si lamenta con rabbia e afferma: «Si è portata via il più bel cavaliere di tutta la mia compagnia».

Il senso di stupore placato, libertà e abbandono (Le bacche), determinati da questi probabili cervi rossi,  eliminano ogni sentiero alienato, attraverso l’agilità vigile della loro energia. I balzi, i movimenti dello sguardo, le visibilità individuali («poi a turno saltare, / saltare il torrente scuro di torba / da poco rigonfio») che tracciano pienezza, l’antropomorfismo enfatico, la topografia mimetica, l’epica minima, che riporta alle illuminazioni percettive di Kavanagh[5], accordano suoni e rime, in un gesto fluido che non consente indugi e promettono inviti trascritti senza ritorno, oltre ogni argine.

Giorgia Sensi commenta: «In un sogno a occhi aperti, l’autrice incontra diciannove cerve, che con aria regale la fissano e in modo seducente la invitano ad andare con loro, sarà felice – sembrano dirle – a un costo, però, quello di non più ritornare[6]».

Nella fissazione, che sembra frenare ogni movimento, vi è un rallentamento che esclude ogni ritorno, portando energia flessibile, libertà, indipendenza, passo dell’anima nella voce profonda della notte e solstizi come passaggi di luce: «La luce del giorno è al massimo, e ha ancora da fare qui, / almeno così pensa – / ma i rondoni della città sono nascosti / sotto le gronde misteriose / ed è quasi mezzanotte. Poi è finita – / solstizio: una porzione di meno per noi, / una di meno lasciata nel vaso».

La dimensione memoriale è l’esito di una relazione con ciò che si è perduto, guardato con tenerezza modulata nella ricerca di incontro (come The Stair – La scala, dedicata alla nonna) e nella lingua scozzese che meglio affina la dimensione memorativa.

Esiste una dolce e fitta oscurità che lega ricordo e presente, come in The Girls (Le ragazze) in cui i richiami e le rievocazioni scheggiano l’estate nel crepuscolo imminente o nella drammatica Smarrita (The Missing) che riconduce l’allungamento ellittico delle strade a un’assunzione di responsabilità. Non sappiamo come finisce la sua storia e quella di Sandra McQueen, apprendiamo l’apparenza di una scomparsa, di un attimo vibrato e breve che segna e conclude.

Vi è, dunque, in Jamie una vivida sproporzione memoriale e un orlo frastagliato di realtà, che desume sì dalla rievocazione, ma lo riporta in una condizione di attualità emersa, come la penisola di Fianuis, nelle isole Ebridi:

«Bene, amico, eccoci qui di nuovo, / a goderci l’ultimo mezzo miglio fino all’orlo frastagliato della terra / per vedere cosa ci è stato imbandito qui, sparso sul manto erboso – / piume di gabbiano, conchiglie sbiancate, / un intero maschio di foca, essiccato, / esausto per la fregola / (bussiamo sulla testa di cuoio, ma non c’è nessuno in casa). / Cambiamento, cambiamento – gridano le sterne laggiù / sulle rocce verso il mare / nubi in fuga e bacio salato – / tutto il resto è temporaneo, / noi e tutte le nostre opere. / Ecco perché ci piace qui, credo. / Ascolta: una breve pausa, / le note di una pispola piccole come semi» (Fianuis).

Il tentativo di recupero assomiglia a una migrazione che decifra l’esistente in una raccolta condensazione di immagini, che descrivono il singolo gesto come un’approfondita bellezza di suono e visione. Come se la realtà, appunto, dovesse essere registrata, non tanto in una percezione realista quanto piuttosto in un’affermata meta, che ora ripropone Hölderlin, ora asserisce ogni segno possibile che resiste a ogni dileguo di sgomento e congedo. Per farsi intreccio, ascolto e luce sulle maglie («Sento ancora il prurito di quella maglia che portavo, / verde a puntini marrone fatta ai ferri, / assorta su quella spiaggia / a raccogliere una conchiglia dopo l’altra. / Dov’è finita / – la lampada, e tutto quel ricamo / che illuminava / senza sprecare luce?»):

«Ricordi quel cigno? Quello selvatico che trovammo / sul prato col collo inerte, la testa rivolta a nord come un segnale, / e tu ti chinasti ad aprirgli l’ala? / Io prestai scarsa attenzione / all’elenco che facesti delle sue parti: copritrici, ulna, primarie / non sopportavo quel posto, le burrasche e il ruggito del mare / ma quell’aria – quella era una dichiarazione! / Un’ala per il vento, una potenza del bagliore del quarzo! / Un varco radioso / che si poteva aprire e da cui fuggire… / Trascinammo il cigno a ridosso di una vecchia diga / lo coprimmo per bene, una pietra bianca, / poi ci arrampicammo su fuori dal vallone. Al crinale / di nuovo, fummo investiti da una bella raffica di vento, / procedemmo incespicando, mezzo euforici, mezzo sgomenti» (Migratorio I)

 

[1] Jamie K., La compagnia più bella, a cura di Giorgia Sensi, Medusa Edizioni, Milano 2018.

[2] Cfr. Power P., The Bonniest Companie by Kathleen Jamie, (https://www.thelondonmagazine.org/the-bonniest-companie-by-kathleen-jamie/), Dec 22, 2015.

[3] Sensi G., Introduzione, in Jamie K., La compagnia più bella, cit., pp. 10-11.

[4] Battaglini I., Lezioni alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, a.a. 2017-2018.

[5] Rumens C., Poem of the week: The Hinds by Kathleen Jamie, (https://www.theguardian.com/books/booksblog/2015/oct/05/poem-of-the-week-the-hinds-by-kathleen-jamie), Oct 5, 2015.

[6] Sensi G. cit., p.11.

Jamie K., La compagnia più bella, a cura di Giorgia Sensi, Medusa Edizioni, Milano 2018, pp. 131, Euro 16.

Jamie K., La compagnia più bella, a cura di Giorgia Sensi, Medusa Edizioni, Milano 2018.

Battaglini I., Lezioni alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, a.a. 2017-2018.

Power P., The Bonniest Companie by Kathleen Jamie, (https://www.thelondonmagazine.org/the-bonniest-companie-by-kathleen-jamie/), Dec 22, 2015.

Rumens C., Poem of the week: The Hinds by Kathleen Jamie, (https://www.theguardian.com/books/booksblog/2015/oct/05/poem-of-the-week-the-hinds-by-kathleen-jamie), Oct 5, 2015.

 

Endre Ady: la spietata ribellione

di Andrea Galgano 18 aprile 2018

leggi in pdf  ENDRE ADY. LA SPIETATA RIBELLIONE 

Endre Ady (1877-1919) respira il portale introiettivo del gesto poetico attraverso la lacerata semplicità della sua visione, in cui le linee intonacate dell’essere scolpiscono l’ardore bruciato della ribellione e della irresolutezza, vivendo, come afferma Roberto Galaverni:

«fino all’estremo la contraddizione tra la fedeltà al proprio Paese natale e un desidero di apertura verso l’Europa occidentale, di rinnovamento culturale, etico e politico. […] Da un lato era legato al fondamento più antico della pianura magiara, dall’altro era radicalmente antinazionalista, da una parte si riconosceva estraneo alla religiosità pratica, dall’altra aveva introiettato il linguaggio e l’immaginario della Bibbia fino a farne una chiave d’interpretazione della realtà tutta».[1]

La recente pubblicazione di un corpus di testi, per Marsilio editore, de Il perdono della luna. Poesie 1906-1919[2], a cura e traduzione di Gabriella Caramore e Vera Gheno, consentono alla ritrovata bellezza di una voce improntata alla incombenza di una lotta[3], di affermare una sproporzione protesa alla salvezza e a un segno breve di vitalità indomabile.

La scrittura, quindi, rappresenta il solco lucente di una ferita di sole e ghiaccio, l’istinto tenero e tenace di una fierezza, che, se da un lato, scompone la confessione in una cicatrice umbratile, dall’altro espone la sua luce scura di misura breve e dismisura dell’anima, fino alla ricerca di un prodigio benedetto, di un allontanamento dalla feriale brutalità o di un incantamento.

Roberto Galaverni scrive ancora:

«L’opera poetica di Ady, infatti, sembra intesa anzitutto a esprimere la singolarità drammatica e ineluttabile, il vigore e insieme la deiezione del destino individuale del poeta. Ma il fatto è che tutto questo viene additato al contempo come il carattere più proprio e, anzi, come lo stesso retaggio antropologico del popolo ungherese […] L’eccentricità, anzitutto linguistica, rispetto alla realtà europea (le sonorità secche, la musica franta dell’ungherese, che Emil Cioran considerava comunque la lingua più bella del mondo), l’isolamento culturale, l’arretratezza economica, le condizioni di sudditanza politica, il sentimento di un destino sempre e comunque ostile, il desiderio di riscatto: quanto più questi versi cercano di dare forma alla fisionomia e alla vicissitudine particolari di un uomo, tanto più, e senza alcuna retorica, danno voce e sentimento a un popolo (che infatti in quei versi si riconobbe con totalità d’adesione di cui non molti poeti hanno avuto privilegio di godere)».[4]

La sua ferita rovente è l’indice  di un tormento netto e reciso che non si espropria, non dice no alla lucentezza ma avverte tutto il peso del suo ritrovamento, della sua basica elezione celebrativa, del suo destino che brucia e germoglia come dura spunta, oltre lo strazio che desidera, che compie, che affama la vita:

«Sono ferita rovente. Brucio, dolente. / Mi strazia la brina, mi strazia la luce, / te voglio. Per te sono venuto, / anelo ancor più tormento: te voglio. / Che bianco, ardente, in te il fuoco si alzi. / Fanno male i baci, i desideri. / Tu sei il mio tormento, la mia geenna, / ti desidero. Ancora. Ti desidero. / Straziato di desiderio, insanguinato dai baci, / sono ferita rovente, ho fame di nuovi tormenti, / tormenta anche tu me, l’affamato. / E sono ferita. Baciami. Bruciami. Baciami».

Irene Battaglini afferma:

«Novalis scrisse che «la poesia guarisce le ferite inferte dalla ragione». E la ragione di Endre Ady è tagliente di consapevolezza, «Straziato di desiderio, insanguinato dai baci, / sono ferita rovente». Un verso che celebra il dominio della ragione, della coscienza, della verità che squarcia veli di Maya. Nei Veda con il termine māyā si indica il potere da cui ha origine il mondo materiale, un potere che Endre Ady utilizza per trasformare la sua ideazione in poesia. Diventa selce, fuoco, sentimento, desiderio di morte. In questo anelito di tremore – solo apparentemente privo di timore – verso le cose del mondo, sembra attendere un ultimo stupore, un’ ultima speranza. A poco vale tutta la coscienza delle cose, a poco arrivano tutti i pensieri, senza quel Tu a cui il poeta manda la sua ultima rosa legata di rinuncia. È una poesia che rinuncia alla negazione, alla seduzione. È una poesia che rende ragione dell’immanenza, che vi si intrude come si apre una porta segreta e primaria, che vuol “vedere” a tutti i costi, e ne sostiene il costo emotivo. Fa pensare a quegli uomini, a quelle donne, disposti al dolore più grande per conservare la verità dei propri ricordi».[5]

È l’esito di una dolenza di grembo, di una funestata genesi che dà rilievo alla coltre smodata del suo essere, all’inappagamento, al rado passaggio delle cose, alla lontananza che è fuga, distesa di sogno, lingua che percorre rivincite, si imbeve di congedi, affermando, infine, la spuria lacerazione di ogni germinazione. Come bacio baciato a metà su labbra di sangue:

«Un bacio baciato a metà / come fuoco ci divampa innanzi. / Fredda è la sera. A tratti corriamo, / corriamo piangendo, / e non arriviamo. / A tratti sostiamo. In un abbraccio cadiamo. / Bruciamo. Tremiamo di freddo. / Mi scosti da te. Le mie labbra di sangue. / Di sangue le tue labbra. / Nemmeno oggi ci uniremo. / Di un bacio assoluto, potremmo, infine, / in pace morire. / Ma serve quel bacio, ci chiama quel fuoco, / e tristemente diciamo: / domani. E ancora domani».

Nato a Érmindszent nel 1877 (oggi Căuaș in Romania), appartenente a una famiglia della piccola nobiltà decaduta e poi povera, di educazione calvinista, frequenta le scuole medie di Nagykároly e Zilah, e i corsi della facoltà di giurisprudenza alle università di Budapest e Debreczen.

L’attività giornalistica (nel giornale «Nyugat») e i continui spostamenti a Parigi («Scrosci pure la tempesta, e sibili il fogliame, / straripi il Tibisco sulla pianura magiara. / Il bosco dei boschi mi ricopre, / e anche da morto mi nasconde / la mia grande Parigi, la mia grande foresta fedele»), dove conosce Diosyné Brüll Adél, già comparsa a Nagyvárd, moglie di un ricco uomo d’affari, ribattezzata Leda, mitologia interiore e tormento, altezza d’amore e armonia di spasimo, gettano il seme di una profonda divisione della sua anima, vissuta nel perenne agone di un confronto epocale, che fu:

«da un lato sbarazzarsi del militarismo austro-tedesco-magiaro e dell’arretratezza ideale-culturale-sociale di quella parte della società ungherese che pendeva piuttosto verso la Russia zarista e gli arretrati Balcani, complessivamente additati e bollati come “asiatici” nel consueto, quanto colorito modo di esprimersi di Ady, e dall’altro lato guardare a Occidente.[…] L’Occidente del progresso e dello sviluppo socioeconomico-culturale, delle idee moderne e avanzate, l’Occidente del Nuovo: la nuova letteratura, la nuova arte, le nuove idee, dal movimento di liberazione dalla società classista a quello di emancipazione della donna, e via dicendo, insomma l’Occidente della grande cultura, sinteticamente ed emblematicamente individuato nella Parigi e nella Francia del primo Novecento».[6]

L’amore di Ady è fame, consumazione in un abbraccio, scontro, ardore febbrile, una cenere che ha i prodromi della malattia, la sifilide, contratta durante la relazione con l’attrice Marcella Kun, che lo tiene in ostaggio, e poi la frequentazione di locali malfamati, l’alcool e la sperdutezza.

La lettura dei grandi poeti simbolisti, nel loro territorio assoluto ed estremo, sono percepiti in tutta la loro peculiarità e voluttà vicine: «L’estate ha nuovi rapaci, / sbattono giovani ali di sparvieri, / infuriano scontri di baci. / Via dall’estate, voliamo, inseguiti, / fermandoci in tempi di autunno, / le piume arruffate, innamorati. / Ecco le nostre ultime nozze: / ci squarciamo le carni a vicenda / e sul fogliame d’autunno crolliamo».

Il turbamento ebbro segue il vortice della passione, dell’inappartenenza, della tenerezza che si congeda, fino alla lacerata linea di rabbia dell’essere, alla disperanza di sangue e oro: «Imploro il destino perché la tua sorte / mai più si mescoli alla mia sorte stellare. / Non mi importa dove vai a finire, nell’immondizia o tra i gorghi del mare. / Io ti facevo esistere, io ti avevo scoperta. / Provata del mio sguardo, tu più non esisti, tu non sei niente».

Nella poesia di Ady avviene un nitore rapace, una versificazione che è scontro e inseguimento, al tempo stesso, di uno squarcio aperto alla profondità sorgiva della parola che diviene slancio leso, che esce dalla retorica fino al crollo, alla deviazione, alla bestemmia (come il poeta di Hortobágy che «Mille volte pensò cose sublimi. / Pensò alle donne, al vino, alla morte. / Ovunque altrove nel mondo / sarebbe stato un sacro cantore. / Ma se osservava i compagni – sporchi, / ebeti, in brache – se osservava il suo gregge, / seppelliva veloce il suo canto: / erompeva in bestemmie. O fischiava») e al silenzio stremato dell’anima mesta, legata alla cavezza. Immagine dell’io e del popolo:

«Inizia il viaggio. Andiamo all’autunno: / stridenti, piangendo, ci rincorriamo, / due sparvieri dalle ali stremate / L’estate ha nuovi rapaci, / sbattono giovani ali di sparvieri, / infuriano scontri di baci. / Via dall’estate voliamo, inseguiti, / fermandoci in tempi di autunno, / le piume arruffate, innamorati. / Ecco le nostre ultime nozze: / ci squarciamo le carni a vicenda / e sul fogliame d’autunno crolliamo» (Nozze di sparvieri su foglie secche).

Poi l’immensa pianura, arrestata e inavvertibile e la maggese, messa a riposo di un terreno per restituire fertilità, dare fecondità, promettere fioritura. Nel sonno di terra, il suo paesaggio dell’anima, sopita dalla terra, è trafitto dal vento che sghignazza e piaga. È il territorio del suo essere, desolato e disteso verso una gioia lievissima, un profumo di lontananza che è fuga e rifugio impenetrabile, come la lingua, la voce, la malinconia franta di paludi e volute di nebbia, brillio insondabile tra luce di scintille e desiderio in attesa. Così come salita lungo i vulcani in trionfo, la sete di argini, la scomparsa nel mare rosso-oro:

«Percorro una distesa selvaggia: / sul’antica terra fiorente, / ora gramigna e sterpaglia. / Conosco questo campo selvatico: / è il maggese ungherese. / Mi chino sul sacro terriccio; / sulla terra intatta qualcosa di guasto. / Ehi tu, erbaccia del cielo protesa, / dov’è finito il fiore che c’era? / Da viticci selvaggi accerchiato, / spio l’anima sopita della terra. / Profumo di fiori da tempo appassiti / mi seduce, stordisce. / Silenzio. Gramigna, sterpaglia e malerba / mi copre, stordisce, mi abbatte. / Un vento soffia alto, sghignazza / sul grande maggese ungherese» (Sul maggese ungherese).

La ripresa e la riscrittura di temi biblici si alterna, poi, ad annunciazioni incandescenti, laddove le storie dei patriarchi e dei profeti, la disperazione e la speranza, il lessico della colpa, l’attesa compiono un parabola di scontro – e un signum contradictionis – dapprima con se stesso e poi con Dio. La sonora potenza verbale dà vita a un’epica raggrumata e sconfitta che ricorda nell’oblio senza luce, che sfiora il bagliore senza raggiungerlo, che rivisita le dimore della storia con orgoglio e con lacerazione oppressa.

La vastità della debolezza imprime il desiderio di Dio, come spasmo e strazio. Ady ne avverte il suo segno, la cifra della sua presenza ma, nello stesso tempo, anche la sua distanza, il suo mistero, l’insondabilità del suo enigma. Nella contraddizione si compie tutto l’itinerario contrastato della propria eveniente creaturalità, che si arrende, proclama la sua opzione negativa e cerca l’ultimità costretta di un “sì” senza radici, nell’incompiuto déracinement dell’anima :

«Sì, Dio, in qualche forma, esiste, / in fondo a ogni nostro pensiero. / Sempre per lui noi suoniamo campane / e, oh, ahi, alla sua sinistra io siedo. / Il Dio di misericordia, / a lungo invisibile e muto, / solo a volte ci risuona nel cuore / con pesanti rintocchi di campane. / Quel Dio non ci viene incontro / per aiutarci nel nostro tormento : / Dio è l’Io e il martirio, / il proposito e il bacio, tutto è Dio. / Dio è un grande immenso signore, / fatto di tenebre e di splendori, / inquilino tiranno e tremendo : / i millenni lo hanno deposto nelle nostre anime. / Dio è la semplicità, / prova fastidio per i troppo buoni, / prova fastidio per gli inquiti / e i variopinti gran sognatori. / Dio me non mi ama / per averlo lungamente cercato, / ancora non la’vevo trovato, ma già / l’avevo canzonato e sfidato. / Dio, in qualche forma esiste, / in fondo a ogni nostro pensiero. / Sempre per lui noi suoniamo campane / e, oh, ahi, alla sua sinistra io siedo».

Massimo Cacciari scrive:

«Anche Ady […] è il mistico di questo tempo della miseria, il mistico «che non può trovare delle forme da nessuna parte», che è costretto a partire da stesso, a creare da sè. Parte per scrivere la sua Bibbia – e non può che ritrovare la propria poesia. E l’ateo che crede, ma il cui credere non può superare l’ateismo. La sua fede gli conferma l’ateismo, così come è nel proprio ateismo che egli può credere. Il dissidio dostoevskijano tra profezia e romanzo assume qui l’aspetto del contrasto, altrettanto insuperabile tra salmo e lirica».[7]

La salmodia di Ady percepisce, così, l’empito voluttuoso di una domanda claudicata, un sussulto impetuoso[8] che impone sillabe rastremate («Gli occhi miei altezzosi tutto d’un tratto / rimasero ciechi. Morì la mia giovinezza. / Ma lui, imponente, splendente, / io lo vedrò per l’eternità»), invocazioni e suppliche violente, tremore di domanda e «”lamentazioni” che urtano contro il fallimento dell’idea di Dio, ma anche contro l’imprescindibilità di quell’idea[9]»:

«Siamo solo in tre sulla grande pianura: / Dio, io e una maledizione contadina. / So bene che tutti moriremo, / ma io lancio forte un grido spietato. / Io da solo non temo, non tremo, / tanto ormai il mio guscio è di Satana. / Eppure conservo la pianura e il suo Dio / assieme a quella maledizione contadina. / Qui ormai è inutile tutto, in autunno, / in inverno, e primavera, e nella lenta estate. / Sulla grande pianura non ci sarà prodigio, / se noi, noi tre, non proviamo a resistere».

Gabriella Caramore commenta:

«Lo scenario è quello, desolato, della grande pianura ungherese. È in quel deserto che si consuma il dramma di tre diverse solitudini: quella di un Dio inconsolabile e lontano, quella del poeta, l’uomo che «non deve tacere», e quella di un paese che non riesce a trovare riscatto. Intorno a questa sorta di tragica trinità – che vede implicati un Dio distante e impotente a salvare, un uomo predestinato e maledetto, e un popolo tra i dannati della terra – lavora il pensiero poetico di Endre Ady, che nella sua vita ribelle, nella sua lingua audace e spezzata, ha saputo dare nuova voce, agli albori del xx secolo, alla tradizione poetica del suo paese, ma anche a un “pensiero poetante” che riflette insieme sul destino dei popoli, sulla condizione degli oppressi, su un Dio che non salva, e sull’impossibile felicità degli esseri umani».[10]

Ecco, dunque, i suoi schianti e i suoi abbracci corti come tagli:

«Si dissolve il lutto scuro dell’anima mia: / con grande luce accecante Dio si palesa / per soggiogare ogni mio avversario. / Nasconde il volto ancora, lo cela / ma il suo occhio di sole con pena grande / su me lentamente indugia sovente. […] Lui nel mio cuore l’ho già rintracciato, / l’ho rintracciato e l’ho abbracciato, / e nella morte tutt’uno saremo».

Oppure, come accade nella poesia Sotto il monte di Sion, dove Dio, con la barba arruffata e bianca, lacero, tremulo, corre ansimando senza meta. Suona campane, con il suo mantello rattoppato, picchiando la bruma. Il poeta inizia a fiutarne l’odore, mette la sua anima in ricerca e si pone in attesa di un incontro, quando ardevano i sassi con fiamme robuste. Nonostante la carezza dell’essere, vi è tra Lui e il poeta un’obliata smemoratezza. Resta quel fiuto che cerca di brandire la sua carezza nascosta, la sua fierezza titanica, la promessa che combatte contro lo sprofondamento, l’abisso, il sogno pesante di una nube lontana e, in definitiva, il nulla: «Credo, incredulo, in Dio. / […] / In questo vasto mondo tutto è mistero, / perfino Dio, se esiste. / E io, povero perseguitato, / sono il mistero di tutti i misteri».

In questa zoppia inesausta c’è tutta la vertigine chiaroscurale di Ady. Una postura sghemba, un tentativo di resurrezione non risolto, uno sfondo furioso su una domanda livida, eppure ricolma: «Tra grandi, rossi ascessi di nebbia / mi guardava sornione un finto sole, / quando dissi: / alzati e sii libero. / Forse a Budapest, forse altrove. / A malapena ho qualche ricordo / del mondo di prima, / ma tristemente sono risorto. […] E ancora dissi: io non so / chi sono. Sono vissuto? Sono vivo? / Sono il nome di qualcuno / o erede del triste / nome di un morto?».

Una dimora smarrita e fonda in un tempo di miseria incancellabile: «Qui nella valle dei Tatra c’è un lago / scintillante, pulito, selvaggio. / Vi cerco dentro i secoli, / la mia vita, / i canti che schiudono le tombe. / Cerco vicinanza a me stesso, / al Tempo che vola via, / allo specchio, alla magia, / per riconoscer mici dentro. / E si ferma la Vita / e so che ormai non c’è nulla, / nessuno vive più / e niente è vero».

E nell’atto della poesia si celebra tutto l’infinito gesto di ciò che parla e richiude il silenzio e la lingua muta: «Guai a me se tacessi, / o guardassi lassù, verso la luna. / Un gemito, uno schianto. / Un solo passo, e il principe buono, Silenzio, / già mi avrebbe schiacciato».

La parentela con la morte tenta di far rilucere la strenua gemmazione di ciò che è escluso, di ciò che si ferma o sfiorisce, attraverso il lampo di un amore sfuggente o di un’alba fredda che fonde Amore e Morte:

«Io sono parente della morte / amo l’amore che fugge, amo baciare chi / se ne va. / Amo le rose malate / donne sfiorenti bramose, / atmosfere d’autunno / amare e radiose. / Amo l’avviso spettrale / dell’ora crepuscolare, / della Morte sacra e grandiosa / la sosia giocosa / Amo chi parte, / chi si sveglia e chi piange, / e in un’alba fredda, piovosa, i prati / coperti di brina. / Amo la stanca rinuncia, / il pianto asciutto e la pace, / rifugio di saggi, poeti / e malati. / Amo i delusi, i mutilati, / e quelli che si sono fermati / amo chi non crede e chi si è turbato: / questo è il mondo che amo […]»

Il cuore che precipita nella rovina scompone l’accento di una malinconia accagliata, ma avverte anche la piena consapevolezza di un canto in piena che deve far rilucere, dar coraggio oltre il silenzio, cantare ciò che appartiene alle fessure del popolo, far vibrare la strada come compito e dare il singhiozzo di una terra nuova che giace nel profondo ma diviene sporgente nella modernità.

La parola, quindi, si forma in una primigenia animale, in uno sperpero bohème di disperato e vitale entusiasmo, che è cantico, figlio del tempo e inscritto nella tragedia di un paese, come accade nel Canto di un giacobino magiaro:

«Dai polpastrelli il sangue ci sgorga / ogni volta che ti tastiamo. / Tu, povera, sonnolenta Ungheria, / chissà se esisti, e se noi esistiamo? / Forse possiamo aspettarci di meglio? / Le anime e gli occhi ci fanno male; / chissà se un giorno mai si potrà svegliare / di popoli servi questa Babele? / Perché mille torpide voglie, alla fine, / non sanno formare un forte volere? / Perché la pena magiara, slava, valacca / non rimarrà nient’altro che pena».

La sintassi della vita del popolo ungherese vive del pronunciamento di una estranea destinazione ai contesti occidentali e laddove si rende più chiarificato il conflitto, la contesa e l’assuefazione alle grandi potenze, più forte è il sogno, la stimmung, il crocevia e la cavità della predestinazione: «Come pietra lanciata nell’aria che sempre per terra ricade, / mio piccolo paese, sempre di nuovo, il tuo figlio a casa ritorna».

Nel crocevia di bellezza e libertà vive la contaminazione della liberazione salata, la lacrima appartata senza redenzione, la furia della pena inguaribile e la propria triste «magiarità»: «Qui è più salato il pianto, / e insoliti anche i dolori. / Sono Messia mille volte / i Messia magiari. / Mille volte potranno morire, / e non recherà salvezza la croce, / perché mai nulla poterono fare, / oh, mai nulla poterono fare», o ancora: «Né lieto avo né discendente, / né parente né conoscente, / non sono di nessuno, non sono di nessuno».

A proposito della «magiarità», Gabriella Caramore sostiene che Ady se ne serve:

«con dovizia, per dire da un lato la miseria soprattutto morale, in specie delle classi medie, la meschinità piccolo-borgehese o dei piccoli nobili decaduti che non si stancano di adulare i potenti; dall’altro la sottomissione di un popolo senza speranza, che talvolta ha sussulti di lotta, ma non arriva a cambiare fino in fondo il corso del suo destino».[11]

Nella sua ultima raccolta, prima della morte, Alla testa dei morti (1918), si riscontrano gli allarmi e le urgenze che hanno disegnato la trama della sua esistenza: l’orrore, la perdita, la fine, la veemenza e l’accento, il mistero magmatico di Dio:

«Fu una strana, / strana notte d’estate. / I tronfi signori dappoco si fecero strada / l’uomo giusto sparì dalla contrada, / rubò persino il ladro più schizzinoso. / Fu una strana, strana notte d’estate. / Sapevamo che l’uomo è caduco / e che è in debito grande d’amore, / malgrado ciò fu strana la svolta / del mondo vissuto e di quello d’una volta».

Vede il disastro, il naufragio e l’abbandono, il male e la deriva, la parola cattiva e la permanenza della luna che perdona, che custodisce l’umano nell’inumano, il seme sotto la neve, lo sfoglio dell’Apocalisse, fino all’ultimato e indomito respiro nella capanna di terra: «Com’è fredda questa capanna di terra. / Com’è eroico l’essere umano, / se con ideali e sogni bruciati / oggi, ancora, non vuole morire […] / La vita oggi è un debito orrendo, / chi oggi pianifica non ha nessun piano, / la paglia delle fedi è cenere umida, / ma vivere comunque bisogna».

[1] Galaverni R., L’odiosamata patria del magiaro in fiamme, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 15 aprile 2018.

[2] Ady E., Il perdono della luna. Poesie 1906-1919, a cura di Gabriella Caramore, traduzione di Vera Gheno e Gabriella Caramore, Marsilio, Venezia 2018.

[3] Vedi: Zaccuri A., Ady in duello con la Bibbia, in “Avvenire”, 23 marzo 2018.

[4] Galaverni R., cit.

[5] Battaglini I., Lezioni alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, a.a. 2017-2018.

[6] Ruspanti R., «La confessione del Danubio». Endre Ady e l’intellettualità magiara della monarchia austro-ungarica tra Occidente e Mitteleuropa », in Andrea Csillaghy, Antonella Riem Natale, Milena Romero Allué, Roberta De Giorgi, Andrea Del Ben e Lisa Gasparotto (a cura di), Un tremore di foglie. Scritti e studi in ricordo di Anna Panicali, Udine, Forum, 2011, pp.147-148.

[7] Cacciari M., Metafisica della gioventù, in Lukács G., Diario, Adelphi, Milano 1983, p. 130.

[8] Vedi: Lukács G., Cultura estetica, a cura di Marinella D’Alessandro, Newton & Compton, Roma 1977.

[9] Caramore G., L’uomo che non vuole morire, in Ady E., cit., p.31.

[10] Caramore G., cit., p.11.

[11] Caramore G., L’uomo che non vuole morire, in Ady E., cit., p.18.

Ady E., Il perdono della luna. Poesie 1906-1919, a cura di Gabriella Caramore, traduzione di Vera Gheno e Gabriella Caramore, Marsilio, Venezia 2018, pp. 280, Euro 18.

Ady E., Il perdono della luna. Poesie 1906-1919, a cura di Gabriella Caramore, traduzione di Vera Gheno e Gabriella Caramore, Marsilio, Venezia 2018.

Battaglini I., Lezioni alla Scuola di Psicoterapia Erich Fromm di Prato, a.a. 2017-2018.

Cacciari M., Metafisica della gioventù, in Lukács G., Diario, Adelphi, Milano 1983, p. 130.

Galaverni R., L’odiosamata patria del magiaro in fiamme, in “Corriere della Sera – La Lettura”, 15 aprile 2018.

Lukács G., Cultura estetica, a cura di Marinella D’Alessandro, Newton & Compton, Roma 1977.

Ruspanti R., «La confessione del Danubio». Endre Ady e l’intellettualità magiara della monarchia austro-ungarica tra Occidente e Mitteleuropa, in Andrea Csillaghy, Antonella Riem Natale, Milena Romero Allué, Roberta De Giorgi, Andrea Del Ben e Lisa Gasparotto (a cura di), Un tremore di foglie. Scritti e studi in ricordo di Anna Panicali, Udine, Forum, 2011, pp. 147-154.

Stancanelli E., Endre Ady, il poeta dei desideri che amava i tramonti a Via Veneto, in “La Repubblica”, 5 settembre 2010.

Zaccuri A., Ady in duello con la Bibbia, in “Avvenire”, 23 marzo 2018.

Le rifrazioni di Elio Pecora

di Andrea Galgano 22 marzo 2018

leggi in pdf LE RIFRAZIONI DI ELIO PECORA

Il nuovo lavoro di Elio Pecora (1936), Rifrazioni[1], appena edito da Mondadori, restituisce  un assorbimento originario e uno stupore frammentato di splendore che afferma la cristallinità umbratile e lucida di un movimento di memoria, adesione al presente, scena cromatica.

Attraverso i lembi dell’essere, è nell’ombra[2] che si situa la parola incrunata, l’attesa azzardata, l’esplosione di colori nudi, la voce che ansima, come l’istante racchiuso nelle palpebre chiuse, nella lampada accesa fino all’alba, nella corrispondenza dei nomi.

L’esergo che apre il testo è del grande poeta esule Josif Brodskij. Un debito, un’apertura, una fessura riflessa: «Che funzione abbia la poesia davvero non lo so. È semplicemente, per così dire, il modo in cui per te la luce o il buio si rifrangono».

Questo passaggio è lo sbocco che intitola un gesto di origine, nato nel reale e nel reale custodito. Attraverso la densità profonda, Pecora attinge il repertorio luminoso dell’attesa, del silenzio incontaminato e dell’ultimità munifica dell’essere: «E tutto sarebbe perduto se dal cuore chiuso / non affiorasse inattesa una nube violetta, / l’odore di un cibo, una voce al telefono, / il libro lasciato sul tavolo ancora da leggere. / Così il mondo intero si popola di storie concluse, / di passaggi, di soste, e un dio munifico / disegna nel cielo vasto e chiaro un arcobaleno».

Vediamo la pienezza dei brandelli, occhi, passi, vigilanze, abbandoni invigilati, ombre scalzate dalla memoria, vicinanze interrotte: queste sono le rifrazioni, le incidenze, le deviazioni luminose di una grazia screpolata. L’ombra tesse la sua diacronia, il suo silenzio, l’attimo aggrappato alla necessaria incorporazione della bellezza:

«Dice che se un quarto è soltanto luce / e la verità iniziale, se ce n’è una, va cercata / nel buio: che poi è il niente non più niente… / Dice che se così poco ha finora compreso / e in quel poco nemmeno può più giovarsi del nulla… / Dice, e insiste a dire, che sente di galleggiare / in uno spazio intoccato e pure continua / ad avere fame e sete e non desiste la paura / del soffrire. E ancora s’innamora di un fiore, / del profilo minuto dell’adolescente / che gli siede a fianco nell’autobus affollato, / e ancora guarda estatico la luna sui giardini, / lo inebria la pioggia scrosciante sui tigli. / Dice che il vuoto, il niente, il buio / – quelli sui quali vanno indagando nello sprofondo / e da minaccia sono divenuti un’immensa promessa – / sa di portarseli dentro, cosmi e particole, / e di esserne traversato e abitato / mentre li abita e li traversa».

La consegna relazionale delle immagini addensa una complementarità contrastante. L’intima relazione tra luce ed ombra costituisce il senso, il conflitto, il contrasto intenso, il lato origliato di splendore, come il solco di una terra scura che ritorna al lampo della sua origine, che annaspa nel fango occhieggiando le stelle: «Dove sono finiti i giorni, le ore, / quando, chiuso in un solco di terra scura, / attese parole, sillabe, giri di frase / che finalmente significassero / la consegna inspiegabilmente promessa? / È smisurato il silenzio che succede al rumore, / è il niente, il vuoto privo di voci di echi, / e, se prima è la paura e l’orrore, dopo / è l’incognita di una nuova salute».

L’osservazione di Pecora, dunque, prepara al viaggio nell’ombra, al fondo del rumore, al colloquio dell’arsi della parola che fa vedere scorci minimi e zone finissime che scandagliano, proteggono, assillano l’anima dolorosa e splendente delle cose, la manifestazione del tempo, la soglia tattile degli antri come degli accordi emersi, come da un’eternità immisurabile o un’attitudine di meraviglia:

«Sa che se molto accade nella sua mente / – un gioco misto a paura, idee a cento watt / e infervorati scandagli – molto, ma molto di più / accade di fuori, in quel che chiama mondo / ed è un immenso rimescolio di crescite, / sparizioni, feste, ruberie, delitti, progetti, prospetti, / rovine e tanto altro. E sopra e intorno / e sotto cieli ruotanti, vuoti da perlustrare, / spaventose minacce, strepitose promesse. / E lui qui, vestito del suo poco, rinchiuso / nei suoi sonni che sognano. È questo / il tempo in cui passa, l’ora in cui sosta […]».

Adriano Napoli afferma:

«Poesia è osservare il tempo nell’assenza di ciò che continuiamo a vedere: nella memoria, nel nome che ci chiama da una distanza, nelle ore perdute, colme di redenzione. Guardare il tempo è in fondo una metamorfosi. Per questo l’immagine del giardino che ci accoglie fin dalla soglia di questo libro screziato di colori e umori, persuadendoci con sensazioni tattili (quasi una fisica della percezione, antidoto alle astrazioni incolori dell’impoetico modernariato attuale), ci appare come l’emblema materico di una realtà che si avvera tutt’intorno nel suo incessante fluire, nell’attimo del suo trascorrere che è al contempo forma, manifestazione – l’unica possibile – dell’Eterno. Il giardino è l’angolo in sé conchiuso, non dissimile dalla coscienza umana, da cui guardiamo immobili (con Pitagora e con Proust; con Ovidio e Bergson) la forma esatta ed effimera delle cose trascorrere, rifrangendosi, in un altrove. E la poesia stessa, altro non è che questo incanto, tenero e malinconico, di sentire il tempo, da un angolo silente e ombroso («quel che chiamiamo Sublime / sta nell’ombra»), da un’ansa della coscienza esposta ad esso, fino a percepirne (come ci ricorda in un bellissimo saggio Pietro Citati) la liquidità».[3]

Attraverso la proiezione, la ricognizione, la scissione e l’identificazione, il gesto del magma poetico frequenta ogni volto o parola che si immerga nel reale e ne viene toccato: dal dolore, dalla morte, dall’assenza, dalla allegria del respiro, dal buio dello specchio e dalle chiamate delle vicinanze.

La poesia ricerca i frammenti per rinnovarli e avvertire il segno del mondo, la sua crittografia e la sua contrazione. Ma il mondo del poeta non è un cosmo di frantumi, poichè lo sguardo pienamente umano vigila la densità dell’istante, per vivere la compiutezza intera di ogni tensione, come pagina leggera in un pugno o specchio accordato di lunghezze epifaniche.

L’oralità trepida sfiora l’inattendibilità di ogni richiamo e abisso, come urgenza, innanzitutto, e poi come confronto instancabile con l’esistenza e la poliedrica nudità di ogni forma («Al crepuscolo la luce è uniforme, / ogni cosa si mostra nella sua nudità. / Ma che resta all’uomo del suo crepuscolo: / che del suo entrare nella vita, / che del suo uscire nella morte?»): «L’ora è ferma e lucente, un pigolio / si spande fra i castagni e gli ulivi; / al desiderio basta il desiderio / di una felicità solo sfiorata».

La sparizione delle cose, innervate nel loro limite buio e luminoso, confrontate nel passato perduto e nelle soglie dei ritorni, non è, quindi, un enigma rovesciato, o una annichilente rapsodia inconsistente, è pausa del tempo, che, nella poesia, trova il suo ritmo di lingua e di relazione e di appartenenza. In definitiva, la sua luce ultima e verbale riconosce e mostra tutto il suo vigore stremato che non si nasconde, bensì si offre, porge il suo ordinario mistero del vivente che risillaba ogni speranza, nonostante l’ora precipiti, mentre corre un altro tempo in questo tempo («è l’ansa dove il sogno della mente / non conosce durata, / la parola che tenta se stessa / esatta, svelata»):

«V’è un’ora della notte quando il sonno, che fino allora / ha retto il suo oscuro governo, d’improvviso si squarcia / nella veglia. Subito, uno dietro l’altro, come torme / di cani affamati si presentano i pensieri più cupi, / le minacce più funeste. E ogni ardire si sfalda. / Del passato non resta nemmeno una stilla di bene, / non v’è rimedio al peggio che spinge da ogni parte: / cova in ogni parola, si nasconde dietro ogni faccia. E solo / se riesci a trovare la forza di accendere la lampada, / di tornare alla pagina del libro lasciato prima / che il sonno t’avvolgesse, solo allora arriverai / a risillabare la speranza. (Trapela dalle imposte / socchiuse la prima luce dell’alba, livida, incerta.)».

È il tempo della scrittura arresa, il sogno vivo e riflesso, come se tutto possa essere placato, i segni smisurati, l’attesa amante che ritorna, il pianto che punge gli occhi, le torme e il grido che scorge l’abisso chiaroscurale e i cumuli delle ombre e «sa che da questi verrà un frutto, un fiore, / una foglia minuscola. Sa pure / che la parola non è più di un cenno, un avvio / per un altrove nemmeno ancora intravisto».

C’è nella poesia di Pecora questa tensione sorgiva per la parola emersa, non sottratta e rifratta, appunto, nelle categorie dell’anima, che rimandano a una appartenenza unica e, a volte, infeltrita dal rumore taciturno ed esploso che strappa, incaglia, arreca discordanza.

Come se essa dovesse risalire dalla nostalgia, dalla memoria confusa, dal bagliore dentro l’addio, e dal legame di conquista e perdita, si fa giardino concluso che non nutre disfacimenti e oblio nella sua luce striata di ombre.

Come una testarda voglia di restare attraversa l’amore, il vento tenue della gioia e le incrinature dei sogni:

«È solo un recinto il giardino / di verdi che svariano, / e i bianchi e gli azzurri degli ibischi, / il rosso tenero dei lillà, / le dalie gialle e amaranto… / E un tempo senza ore, / una luce striata di ombre. / Solo un recinto il giardino / dove il cuore e la mente si alleano / in una chiusa dimenticanza. / Qui è intero lo stare, / un punto di tutto, / la grana taciuta di una voce / che non si conosce».

Nella dimensione onirica, poi, tutta la lava delle impressioni e delle percezioni, così come il fiato delle parole slegate e delle veglie, tornano in un cenno di spazi, in una figuratività sconosciuta o forse confusa, ma sempre generativa nei suoi luoghi anteriori (come il testo dedicato a Roberto Deidier) e nei crepuscoli venati.

La scena del testo riporta ancora l’affresco dell’ombra. Ne Lo spessore dell’ombra, sezione decisiva e importante del libro, dove gli addii agli amici divengono la dimora della parte oscura. Amano frequentare l’Ombra ma allo stesso tempo riemergono in un incontro vivo. Essi «svariano nel giardino d’estate», si mostrano nella sospensione e nella luce che declina.

Tornano vivi in un assedio, avanzano come sommessi nel loro passo e nel loro respiro, come sponde di sogno o scaglie lacerate, «un’ansa, uno specchio nel tempo immisurabile», perché l’aria è piena di anime in una città senza nome: il padre Arsenio, andato per mare, la madre Elena («le labbra carminio, il bracciale di perle e smalto, / il sorriso trattenuto di chi ha vinto») e la sorella di lei Maddalena, il fratello Osvaldo, raccolto nella stupefazione o le care figure, attinte nella dimensione familiare e della sua terra, gli amici poeti Luciano Erba, che tra le ombre parla incagliando e ride del suo nome lucente, e Dario Bellezza («Non fu facile soprattutto / per quel suo dio truce e vendicativo / che minacciava gli inferni al fanciullo / incantato dalle parole e invaghito / da un bene colmo, eccessivo»).

E poi ancora Elsa Morante, «la manichea dagli occhi di agata / l’aspra dispensatrice di sentenze, / l’amica tenera che poteva mutarsi / nella più spietata nemica, / e nemmeno la padrona irridente / la serva che storpiava i cognomi / del manipolo curvo dei fedeli», Aldo Palazzeschi in una danza chiara di parole, Amelia Rosselli nella sua musica incomparabile di incagli, cieli segreti e farfuglii, Elsa de Giorgi, Alberto Moravia nella sua energia raggrumata, Juan Rodolfo Wilcock, Francesca Sanvitale e infine il pianto interrotto di Sandro Penna che splende nell’allegria dell’essere.

Nell’interno della sua estensione poetica, il recinto diviene sia la forma di un riconoscimento dettagliato e sia una appropriazione di alito disparso. L’appropriazione è una custodia e una sottrazione, uno svolgimento di ferite che cerca un nuovo gemito di sicurezza e un atto smisurato verso la totalità, nella strenua ricerca di un approdo oltre il vuoto, la domanda dischiusa, il labirinto dei suoi mostri e il suo lutto:

«Qui conoscemmo l’amore e le sue disfatte, / amico che torni a chiamarmi, è quieta la voce, / da chi sa quali distanze, e ancora domanda / se il bene fu rimanere nel cerchio che stringe, / se il canto fu solo un motivo fiacco, stonato. / Pure la sola durata è in questa luce scarna / che al dolore resiste, anche dove più fortemente / colpisce e infetta (meno grave la resa), / invece prosegui incontro a un altro mattino, / ancora aprile, ancora un febbraio di vento: / una fatica e un’ebbrezza fin dentro la norma / di questo restare, fin dentro il lutto e l’assenza. / Prima il teatro sublime del tramonto viola / – geometrie di continuo composte e scancellate / ora con strida infernali l’inarrestabile orda / di storni va occupando ogni ramo, ogni foglia: / i platani hanno radici che spaccano l’asfalto».

Ecco la genesi della sua architettura, della sua resistenza e della sua preghiera. L’osservazione del mondo è la rifrazione. Aspettare che le cose si rivelano e si disseminino, quando la luna falcata sui terrazzi porterà l’esagerata destinazione del desiderio e del supremo registro dell’anima. Tutta la vastità della vita, nella meta dei dettagli e nei processi di conoscenza, si situa in questa urgenza che lega passato e presente:

«C’è un momento la notte, / subito avanti l’alba, / quando, spente le luci, / ogni forma dispare: / è la città che sogna / il suo sogno iniziale, / l’aratro traccia il solco / della rifondazione: / gli storni fra le nubi / disegnano promesse, / boschi dovunque e selve, / tutto è da cominciare. / È un momento. L’aurora / dei centomila watt / risolleva il sipario / sull’immenso teatro. / Lo spettacolo ha inizio, / va crescendo il rumore, / una folla in cammino / si trova, si disperde».

La tessitura di questa poesia si compone di tracce vissute e di materia viva che diviene, a sua volta, densità lessicale, fisicità di nomi, metafora chiara. Non c’è esibizione di nomi, bensì piuttosto un canto assimilato alla vita e alla morte, come un territorio che ritrae la testimonianza di un canto accostato al mondo, in attesa di una parola che strappi un sì, che non si mutili, e che si pronunci in modo chiaro e definitivo.

[1] Pecora E., Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018.

[2] Mauri P., Il destino di ogni poeta è l’elogio dell’ombra, in “La Repubblica”, 21 febbraio 2018.

[3] Napoli A., «Rifrazioni» di Elio Pecora, (https://www.sololibri.net/Rifrazioni-Elio-Pecora.html), 20 marzo 2018.

Pecora E., Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018, pp. 147, Euro 18.

Pecora E., Rifrazioni, Mondadori, Milano 2018.

Mauri P., Il destino di ogni poeta è l’elogio dell’ombra, in “La Repubblica”, 21 febbraio 2018.

Napoli A., «Rifrazioni» di Elio Pecora, (https://www.sololibri.net/Rifrazioni-Elio-Pecora.html), 20 marzo 2018.